Due i punti dolenti per l’università italiana: i concorsi (che ci sono) e le verifiche (che non ci sono). Qui parliamo dei primi. Il sistema italiano è unico nel mondo, non funziona e non potrà mai funzionare. Vediamo perchè.
Una prima ragione è che in Italia si fanno concorsi con regole molto simili tanto per le posizioni iniziali (ricercatori) quanto per quelle che altrove sono soltanto promozioni nell’ambito di una sola carriera (professori associati e professori ordinari). Quasi dappertutto la carriera prevede tre gradini (negli Stati Uniti: assistant professor, associate professor, full professor, in Inghilterra: lecturer, reader, full professor) perchè si ritiene che la promozione sia un incentivo per migliorarsi. In Italia invece si finge che i concorsi per associato o ordinario siano aperti a tutti: nei fatti non lo sono e, personalmente, non vedo perché mai dovrebbero esserlo. Sarebbe normale avere in banca un direttore di filiale senza precedenti esperienze?
Il punto è che all’estero si esercita una forte attenzione sui concorsi per i nuovi ingressi. Per essere assunti è necessario tenere un seminario nel quale tutti (inclusi i diretti concorrenti…) possono fare domande. E vi assicuro che sono domande toste, qualcuno scappa via piangendo. In qualche caso, leggi non scritte (Inghilterra, Stati Uniti) o scritte (Germania) escludono coloro i quali hanno studiato nell’università che bandisce la selezione. In ogni caso decide un ‘panel’ formato dai docenti dell’università che bandisce. Non possono prendere i propri e cercano di prendere i migliori. Anche perché il Dipartimento ed il suo direttore verranno valutati sulla base dei risultati ottenuti dalle persone che hanno assunto. Ed i provvedimenti possono giungere alla chiusura del dipartimento (in Inghilterra) o al licenziamento del direttore (Stati Uniti).
Regole completamente diverse vigono per le promozioni: il curriculum della persona che si vuole promuovere viene sottoposto ad alcuni referee, tutti estranei all’istituzione che bandisce. Se il parere dei referee esterni è negativo niente promozione.
In Italia i concorsi (tutti) vengono gestiti da commissioni con un membro locale e tutti gli altri esterni. Il giudizio della commissione è insindacabile e questo implica che il direttore o il dipartimento non risponderanno delle persone che assumono (“E’ stata la commissione…”) mentre la commissione non dovrà rispondere di nulla.
Il seguito alla prossima puntata.
sabato 22 novembre 2008
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1 commento:
Caro Ezio, il tuo post mette chiarezza su un bel po' di questioni.
Dal canto mio, inserisco come commento un pezzo da me scritto il 3 agosto del 2007 su Centonove, in pieno scandalo Veterinaria, che guardava con diversa angolazione l'interva vicenda....
Un saluto
Daniele De Joannon
MESSINA. Il nodo è tutto nel concorso, dalle origini (la decisione del consiglio di facoltà per un nuovo posto) al suo inizio, ovvero alla stesura dei criteri di valutazione da parte della commissione. Che non sono fissi e spesso si calibrano perfettamente sui curricula dei candidati. Nel mezzo, poi, insistono tutta una serie di passaggi che, se attuati perfettamente, vanno dritti all'obiettivo. Ovvero alla vittoria della cattedra o del posto che sia sulla base dell'insindacabilità del giudizio.
IL "MIO" CONCORSO. Ne sa qualcosa Maria Adelfina Barbuscia, associato di Medicina a Messina, che, scorgendo una variazione di oggetto nel bando per ordinario, aveva depositato un testamento olografo dal notaio indovinando perfettamente la composizione della commissione e i vincitori prima che gli uni e gli altri fossero scritti nero su bianco (a seguire la vicenda è lo stesso pm dell'inchiesta su Veterinaria, Antonio Nastasi). E ne sa qualcosa Quirino Paris, il docente "espatriato" in California che sa azzeccare matematicamente commissioni e vincitori e che, per aver svelato i trucchi di alcuni concorsi palermitani, si trova sotto querela. E lo sapevano perfettamente anche tutti i protagonisti della vicenda di Veterinaria di Messina, finita sotto inchiesta. Lo sapeva Battesimo Macrì, che già dalla composizione della commissione, prima, e leggendo la valutazione dei titoli del figlio Francesco (passato direttamente da laureato a ricercatore) da parte dei commissari, poi, aveva capito che non ce l'avrebbe fatta. E lo sapeva colui che ne ha denunciato le pressioni, quel Giuseppe Cucinotta che ha visto non solo il suo più meritevole allievo, Filippo Spadola, conquistare alla fine la cattedra di associato (partiva dallo status di assegnista di ricerca), ma anche attribuire l'idoneità alla terza candidata, Simonetta Citi, già commissaria per il concorso di ricercatore di un'altra sua allieva, Giovanna Costa, bandito contemporaneamente, iniziato alla stessa data ma conclusosi dopo. Ed ecco svelato il perché, all'Ateneo di Messina ma, più in generale, in tutte le Università, le persone non parlano mai solo di concorso, ma dicono chiaro e tondo «il mio concorso».
IL VECCHIO CONCORSO. Un tempo era quello nazionale. La commissione, dodici elementi, si riuniva a Roma e promuoveva a ricercatore, associato e ordinario nell'esatta misura delle cattedre richieste dai singoli Atenei. Per vincere un bando di quel tipo, oltre a tutto l'apparato formale (titoli scientifici e capacità didattiche), ci voleva pure un appoggio interno e potente. Ovvero avere in commissione il proprio maestro (se contava) e qualcun altro. I membri giudicanti? Erano scelti attraverso votazione. Una votazione, allora come oggi, che prevedeva elettorato attivo e passivo. Ma anche essere eletti, allora come oggi, è solo un primo passo. Infatti, fra tutti i "votati" si sceglie attraverso le estrazioni svolte al Ministero, che sono accompagnate da vere e proprie leggende e tecniche raffinate e collaudate, come quella dei bussolotti caldi per distinguere un possibile commissario dall'altro. Allora come oggi, comunque, risultare votati e dentro una commissione è il primo passo per andare avanti nella propria carriera o aiutare gli altri a svilupparla. Occhio, però, le regole del gioco vanno rispettate sempre. Ad ogni modo, vincere il concorso nazionale era difficile e, al di là di tanti scandali, un po' di merito era garantito.
E QUELLO "INCRIMINATO". A determinare una vera e propria deregulation e un maggior controllo della situazione è stata la localizzazione del concorso e le idoneità. Fino al 2005, infatti, la singola facoltà chiamava una cattedra di qualsiasi tipo, facendo scattare tutti i vecchi meccanismi (elezione della commissione in primis), e il giudizio avveniva nella sede stessa del bando. Solo che in palio, oltre al posto, c'era anche una idoneità: ovvero due candidati vengono promossi a ricercatore, associato, ordinario e solo uno viene chiamato dalla facoltà che bandisce. E l'altro? L'altro rappresenta il perfezionamento del meccanismo, con commissioni costruite ad hoc. Perché, quasi sempre, inevitabilmente, l'altro vincitore finisce nell'Ateneo di riferimento di uno dei commissari, con cui ha collaborato o del quale è allievo.
RETROSCENA VETERINARI. Come nel caso di Simonetta Citi e del commissario del concorso "incriminato" Fabio Carlucci (col quale ha firmato lavori), ordinario di Clinica chirurgica veterinaria a Pisa, ateneo dove la neoassociata è stata chiamata. E gli altri tre commissari cosa fanno? In generale, seguono le regole del concorso perché un giorno saranno loro ad avere allievi da far vincere con merito. Sempre per restare in tema, la Citi, nel concorso per ricercatore che premia Giovanna Costa, di cui è membro della commissione verbalizzante, si trova a giudicare lo stesso Filippo Spadola. I due concorsi, quello per associato finito sotto indagine e questo per ricercatore, sono banditi con lo stesso decreto del rettore, il 5 maggio 2005. Le commissioni, invece, vengono rispettivamente nominate il 27 e il 25 ottobre. In una c'è Carlucci (con la Citi concorrente insieme a Spatola), nell'altra c'è la Citi come commissario (concorrenti Spadola, Costa e Luana Siracusano). I lavori della prima commissione seguono questo calendario: prima riunione telematica il 14 dicembre 2005, seconda riunione e concorso vero e proprio 30 e 31 gennaio. Il lavori della seconda, invece, cominciano telematicamente nello stesso giorno di dicembre, il 14, per poi riprendere il 20 e il 21 marzo. Nelle more del concorso per ricercatore di cui Simonetta Citi è giudicante, Spadola si ritirerà perché nel frattempo ha ottenuto, insieme alla Citi stessa, l'idoneità per associato.
CARRIERE IN FAMIGLIA. Si chiamano Saitta, Basile, Falzea, i figli dei docenti universitari hanno sempre una marcia in più. E' indubbio. In fondo, sin da piccoli, hanno respirato l'aria delle biblioteche e degli studi paterni e materni. Ed è così che a Messina, ma il fenomeno è più in generale italiano, i pargoli dei docenti universitari conoscono carriere leggermente più rapide rispetto agli altri colleghi, che si agitano nel precariati chiamati dottorato, post dottorato e assegno di ricerca. Un caso di velocità, ad esempio, è quello di Maria Tommasini (figlia di Raffaele, indagato nell'ambito dell'indagine su Veterinaria) divenuta associato ad Economia e Commercio. Per il concorso, bandito come gli altri di cui si è parlato il 5 maggio del 2005, la commissione era composta da Andrea Magazzù, Sebastiano Ciccarello, Nicola Di Prisco, Fulvio Gigliotti ed Emanuela Giacobbe. Classe 1970, Maria Tommasinisi si laurea nel 1996. Nel 1998 consegue il dottorato e diventa ricercatrice nel 2001 (confermata nel 2004). Dalla lettura dei giudizi sui titoli, si spiega una carriera così brillante: «...Nella seconda monografia, la candidata affronta una problematica che la dottrina ha ampiamente discusso ma senza approdare a risultati soddisfacenti, analizza le fattispecie tipiche e atipiche del subcontratto, individuandone i tratti comuni, e prospetta una personale proposta ricostruttiva di notevole interesse. La candidata si segnala come particolarmente meritevole ai fini della procedura valutativa in atto».
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