Riproduco di sotto un mio commento pubblicato su Centonove del 5 dicembre 2008 con il titolo "Voglio un rettore senza parenti":
Una società bloccata, caste chiuse, politici e banchieri sempre più arroganti, gente che non ce la fa ad arrivare a fine mese, industrie che chiudono. Questo l’apocalittico panorama del Belpaese oggi. Ma c’é una speranza? La settimana scorsa suggerivo da queste colonne alla ‘classe dirigente’ dell’università di mettersi in discussione onde evitare un altrimenti ineludibile processo sulle piazze. Facciamo pulizia, molto é lo sporco da rimuovere, ma c’é pure qualcosa da salvare. Puntiamo sulle cose positive, sulle competenze ci sono nonostante, per la testardaggine di chi ha voluto costruire saperi, cultura. Per quanto mi riguarda, ho dedicato una vita alla fisica, alla ricerca, all’insegnamento. A Messina sono uno dei pochi a non avere, e a non aver mai avuto, parenti nella stessa università. La mia è la storia di chi, come troppi altri, ha dovuto cercare ‘maestri’ e competenze all’estero: ho lavorato per lunghi anni all’università di Bristol, in Inghilterra. Ho poi avuto, come troppo pochi altri, la fortuna, ed al tempo stesso la sfortuna, di tornare sulle rive del mio Stretto. Non perché io sia bravo, sebbene, in tutta onestà credo di avere meritato quel posto, ma soltanto perché quando i baroni litigano può anche capitare che vinca chi non fa parte del club. Forse soltanto per dispetto. Per la mia storia, o per l’assenza di relazioni sociali importanti - né logge, né club service, ne partiti politici - nel mio luogo di lavoro sono sempre stato percepito come uno straniero, un alieno. Non sei cliente e non vuoi clienti, non chiedi più di quanto non ti spetti, non sei ricattabile: perché dovremmo fidarci di te? Proprio per questo, oggi, sento di avere non soltanto il diritto ma anche il dovere di parlare. Non mi piace fare nomi, ma nella mia università (non lì soltanto) si è esagerato. Basta. Stop. Fine. Voltiamo pagina. Non aspettiamo inerti l’esito dei processi che oggi si celebrano nelle aule dei tribunali, sulla stampa, nei talk show. Basta. Cerchiamo facce nuove, pulite, e spalle forti per gestire la pulizia dell’ateneo piuttosto che gli appalti delle pulizie. Lo statuto dell’università mi impedisce di candidarmi a fare il rettore perché non sono ordinario. Ma voglio che venga fuori un candidato, come me, senza parenti. Per Tomasello mi spiace, ha fatto anche qualcosa di buono in questi anni. Mi sento di doverlo ringraziare pubblicamente perche si è profuso nella valutazione della ricerca – uno dei temi centrali della questione università - come nessuno aveva fatto prima. Adesso, tuttavia, è necessario un cambiamento forte, una discontinuità. Fosse soltanto per evitare che il processo si sposti nelle piazze, distruggendo il buono che si potrebbe salvare.
martedì 9 dicembre 2008
lunedì 1 dicembre 2008
Chi sono i fannulloni della ricerca?
Perchè chi deve difendere l'Istituzione, non lo fa? Quali inenarrabili ricatti (morali? economici? di posizionamento sociale? di lobbies?) stringono il cappio al collo di tanti, di troppi, "addetti ai lavori" fino al punto di farsi(ci) sommergere da tonnellate di spazzatura senza neanche abbozzare una - almeno simbolica - difesa?
L'articolo, la cui lettura consiglio a molti e che riporto virgolettato qui di seguito, non da opinioni, non fa previsioni nè esprime giudizi. Elenca numeri.
E basta. Ed é validato da Nature.
Nature conferma: i ricercatori italiani non sono fannulloni
di Pietro Greco
"Lo abbiamo già detto. Il mondo della ricerca in Italia ha molti malanni e qualche patologia grave. Ma non è un mondo di fannulloni. Qualche ulteriore dato statistico, raccolto in sede internazionale, ci aiuta a corroborare questa tesi. Tra il 1997 e il 2001 l'Italia schierava nel campo della ricerca poco meno di 70.000 ricercatori: il 3,1% del totale mondiale. Nel medesimo periodo questi ricercatori hanno pubblicato su riviste scientifiche internazionali con peer review oltre 147.000 articoli: il 4,1% del totale mondiale.
Tra l'1% degli articoli più citati al mondo ve ne figuravano ben 1.630firmati da italiani: pari al 4,31% del totale. Se dividiamo questi articoli per il numero di ricercatori italiani, troviamo che ogni 100 ricercatori nel nostro paese 2,28 producono un articolo ad altissimo impatto. Una percentuale che, certo, è inferiore a quella del Regno Unito (3,27 articoli ad alto impatto ogni 100 ricercatori) o del Canada (2,44). Ma nettamente superiore a quella di Stati Uniti (2,06), Francia (1,67), Germania (1,62), Giappone (0,41).
Questi dati pubblicati dalla rivista Nature dimostrano, quanto meno, che i ricercatori del nostro paese sono "dentro" il sistema scientifico internazionale e sanno competere alla pari coi colleghi di altri paesi.
In alcuni settori c'è una vera e propria eccellenza. Altri dati, pubblicati da Sciencewatch e accessibili a tutti in rete, ci dicono che negli anni successivi al 2001, per esempio tra il 2003 e il 2007, la percentuale di articoli firmati da italiani sul totale mondiale è aumentata: passando al 4,46%. E che la qualità di alcuni settori della ricerca è davvero eccellente. I fisici italiani, per esempio, pubblicano il 5,09% del totale mondiale degli articoli in fisica, e hanno un numero di citazione (indice di qualità) che è del 20% superiore alla media mondiale. Nella scienza agrarie la qualità è addirittura maggiore (gli articoli degli italiani ottengono un numero di citazione del 21% superiore alla media mondiale). Molto citati rispetto alla media mondiale sono anche i nostri articoli in medicina clinica (+ 17%), in psicologia e psichiatria (+16%), in scienze spaziali (+12%), in matematica (+9%). Siamo meno bravi nei settori dell'economia (24% di citazioni in meno rispetto alla media mondiale), in bilogia molecolare e genetica (- 16%), in microbiologia (- 14%), in botanica e zoologia (- 12%)."
E allora dignità esige che queste cose si dicano, che si dica che se esistono corsi di laurea con un solo studente, tali corsi sono stati promossi, provocati e coccolati da una normativa (estranea all'Università) che premiava - a suon di euro - il tanto stombazzato quanto inutile "ampliamento dell'offerta formativa". Ampliamenti che potrebbero essere immediatamente annullati e che, comunque, stante il non aumento del corpo docente, vanno avanti sulle gambe del volontariato e non costano una lira in più al sitema università. E senza un soldo in più per chi insegna in questo, piu in quello, piu in quell'altro corso.
L'OMS (HWO) ha certificato che il sistema sanitario di prima emergenza italiano (il 118, per capirci)è il primo al mondo. Un modello di riferimento per l'intero pianeta. Ai denigratori della nostra sciagurata Università, innamorati (esterofili?) del sistema inglese piuttosto che americano o tedesco chiedo: "I sanitari che fanno del 118 un'eccellenza globale, sono stati formati ad Harvard? Oppure a Cambridge? Magari all' Imperial College?"
No. Li abbiamo formati noi.
Tutti Noi che ci crediamo. Che lavoriamo ogni giorno con scienza e coscienza, con umiltà. Sorretti dal sogno (stupido per taluni) che il riscatto delle nostre genti passi anche dalle nostre parole e da i nostri atti da tutto ciò che riusciamo a trasmettere.. Che non ci arrendiamo alle mode del momento, convinti come siamo, che veniamo da lontano. Da molto lontano.
L'articolo su Nature, a mio avviso, è illuminante nel momento in cui si riflette sul fatto che certa Accademia ha tutte le carte in regola per ribattere colpo su colpo. Per battere "i pugni sul tavolo". E non lo fa. Anche coloro che potrebbero, tacciono. A costoro dico, parafrasando lo slogan dell'Onda, "io i vostri legami, ricatti, consorterie, posti di scambio, amanti, intrecci ed intrallazzi, non li pago!"
E solo questione di dignità e di schiena dritta.
Mauro Federico
Dipartimento di Fisica
Università di Messina
L'articolo, la cui lettura consiglio a molti e che riporto virgolettato qui di seguito, non da opinioni, non fa previsioni nè esprime giudizi. Elenca numeri.
E basta. Ed é validato da Nature.
Nature conferma: i ricercatori italiani non sono fannulloni
di Pietro Greco
"Lo abbiamo già detto. Il mondo della ricerca in Italia ha molti malanni e qualche patologia grave. Ma non è un mondo di fannulloni. Qualche ulteriore dato statistico, raccolto in sede internazionale, ci aiuta a corroborare questa tesi. Tra il 1997 e il 2001 l'Italia schierava nel campo della ricerca poco meno di 70.000 ricercatori: il 3,1% del totale mondiale. Nel medesimo periodo questi ricercatori hanno pubblicato su riviste scientifiche internazionali con peer review oltre 147.000 articoli: il 4,1% del totale mondiale.
Tra l'1% degli articoli più citati al mondo ve ne figuravano ben 1.630firmati da italiani: pari al 4,31% del totale. Se dividiamo questi articoli per il numero di ricercatori italiani, troviamo che ogni 100 ricercatori nel nostro paese 2,28 producono un articolo ad altissimo impatto. Una percentuale che, certo, è inferiore a quella del Regno Unito (3,27 articoli ad alto impatto ogni 100 ricercatori) o del Canada (2,44). Ma nettamente superiore a quella di Stati Uniti (2,06), Francia (1,67), Germania (1,62), Giappone (0,41).
Questi dati pubblicati dalla rivista Nature dimostrano, quanto meno, che i ricercatori del nostro paese sono "dentro" il sistema scientifico internazionale e sanno competere alla pari coi colleghi di altri paesi.
In alcuni settori c'è una vera e propria eccellenza. Altri dati, pubblicati da Sciencewatch e accessibili a tutti in rete, ci dicono che negli anni successivi al 2001, per esempio tra il 2003 e il 2007, la percentuale di articoli firmati da italiani sul totale mondiale è aumentata: passando al 4,46%. E che la qualità di alcuni settori della ricerca è davvero eccellente. I fisici italiani, per esempio, pubblicano il 5,09% del totale mondiale degli articoli in fisica, e hanno un numero di citazione (indice di qualità) che è del 20% superiore alla media mondiale. Nella scienza agrarie la qualità è addirittura maggiore (gli articoli degli italiani ottengono un numero di citazione del 21% superiore alla media mondiale). Molto citati rispetto alla media mondiale sono anche i nostri articoli in medicina clinica (+ 17%), in psicologia e psichiatria (+16%), in scienze spaziali (+12%), in matematica (+9%). Siamo meno bravi nei settori dell'economia (24% di citazioni in meno rispetto alla media mondiale), in bilogia molecolare e genetica (- 16%), in microbiologia (- 14%), in botanica e zoologia (- 12%)."
E allora dignità esige che queste cose si dicano, che si dica che se esistono corsi di laurea con un solo studente, tali corsi sono stati promossi, provocati e coccolati da una normativa (estranea all'Università) che premiava - a suon di euro - il tanto stombazzato quanto inutile "ampliamento dell'offerta formativa". Ampliamenti che potrebbero essere immediatamente annullati e che, comunque, stante il non aumento del corpo docente, vanno avanti sulle gambe del volontariato e non costano una lira in più al sitema università. E senza un soldo in più per chi insegna in questo, piu in quello, piu in quell'altro corso.
L'OMS (HWO) ha certificato che il sistema sanitario di prima emergenza italiano (il 118, per capirci)è il primo al mondo. Un modello di riferimento per l'intero pianeta. Ai denigratori della nostra sciagurata Università, innamorati (esterofili?) del sistema inglese piuttosto che americano o tedesco chiedo: "I sanitari che fanno del 118 un'eccellenza globale, sono stati formati ad Harvard? Oppure a Cambridge? Magari all' Imperial College?"
No. Li abbiamo formati noi.
Tutti Noi che ci crediamo. Che lavoriamo ogni giorno con scienza e coscienza, con umiltà. Sorretti dal sogno (stupido per taluni) che il riscatto delle nostre genti passi anche dalle nostre parole e da i nostri atti da tutto ciò che riusciamo a trasmettere.. Che non ci arrendiamo alle mode del momento, convinti come siamo, che veniamo da lontano. Da molto lontano.
L'articolo su Nature, a mio avviso, è illuminante nel momento in cui si riflette sul fatto che certa Accademia ha tutte le carte in regola per ribattere colpo su colpo. Per battere "i pugni sul tavolo". E non lo fa. Anche coloro che potrebbero, tacciono. A costoro dico, parafrasando lo slogan dell'Onda, "io i vostri legami, ricatti, consorterie, posti di scambio, amanti, intrecci ed intrallazzi, non li pago!"
E solo questione di dignità e di schiena dritta.
Mauro Federico
Dipartimento di Fisica
Università di Messina
venerdì 28 novembre 2008
Ricevo da Beniamino Ginatempo, professore di Fisica dell'Universita' di Messina, questa lettera aperta agli studenti che volentieri pubblico.
Lettera aperta agli studenti dell’Università di Messina
Care studentesse e cari studenti,
recentemente la nostra università è stata bersaglio di violentissimi attacchi mediatici, che hanno messo alla pubblica gogna alcune storture (forse poche o forse molte) presenti nell’università e che vanno sicuramente emendate. L’effetto per l’immagine nostra di docenti e vostra di discenti è stato assolutamente devastante e bisogna analizzare le cause che hanno portato a questo punto, i rimedi da apportare, le eventuali responsabilità e i rischi che si corrono se non si fa presto. Da universitari, eredi di Francesco Maurolico (Inter verum falsum periclitantes), dobbiamo portare avanti questa analisi con lucidità, onestà intellettuale e libertà di pensiero; dobbiamo confrontare le eventuali opinioni discordanti e trovare una sintesi costruttiva, per il bene comune. Provo a suddividere la mia analisi in più capitoli.
Parentopoli. Si è soprattutto puntato l’indice sulla cosiddetta parentopoli messinese. Senza ipocrisie, bisogna semplicemente dire che è tutto vero. Parentopoli c’è ed è indice di un malcostume odioso, perché evidenzia la mancanza di pari opportunità al’interno dell’università.
Sempre senza ipocrisie, però, bisogna dire che parentopoli non c’è soltanto all’università, ma è una malattia diffusa della nostra società, che è iniqua ed immobile, specie a Messina. Quanti figli di manovale oggi possono diventare notaio, avvocato, ingegnere, ecc.? Quanti figli di professionisti lavorano negli studi o nelle imprese dei genitori senza averne né il talento né la voglia?
Tuttavia per l’università c’è un’aggravante. Il sistema della formazione pubblica dovrebbe servire a ridurre le differenze sociali e realizzare i dettami dell’Art. 3 della Costituzione, che ci dichiara uguali. Parentopoli invece dimostra che l’università consolida le barriere sociali invece di abbatterle, lasciando così innumerevoli talenti inespressi ed inesprimibili.
Parentopoli danneggia tutti, dunque. Ma danneggia soprattutto voi, perché si dirà che per laurearsi a Messina basta avere amici influenti, basta far parte della Messina-bene per avere brillanti carriere accademiche e non. Questa università - noi tutti cioè – ha bisogno di uno scatto d’orgoglio ed abolire tutti i favoritismi ed i privilegi interni. Questo è l’obbiettivo che devono subito darsi i docenti e le istituzioni universitarie.
Perché l’università di Messina? Non è difficile rifare gli stessi conteggi di parentele in altre università. Non sarò molto lontano dal vero dicendo che analoghi risultati valgono per tutti gli atenei italiani. Ciò non suoni come giustificazione delle nostre pecche: pensiamo a curare le nostre malattie, invece che a cercare i difetti degli altri. Ma la domanda del titolo pretende una risposta.
Da decenni, ormai, tutti i governi, di qualunque orientamento politico, per tenere sotto controllo i conti pubblici, hanno scelto tagliare i finanziamenti del sistema formazione-ricerca. Ciò è in palese contraddizione con l’affermazione bipartisan che l’arma migliore per competere nel mercato globale è proprio la conoscenza. Questa progressiva riduzione dei fondi ha acceso fra le università una sorta di guerra tra poveri, per dividersi una coperta sempre più piccola. Ma non tutte le università hanno lo stesso peso specifico nel panorama nazionale. Le università più grosse e accademicamente più forti pretendono e ricevono più attenzione dai governi e dai media, a spese delle università medio-piccole. Da qui nasce, per esempio, la proposta dell’abolizione del valore legale del titolo di studio, il che ufficializzerebbe che una laurea a Messina sarebbe diversa (di valore inferiore?) di una laurea a Milano. In questo scenario, si comprende come anche le principali testate giornalistiche abbiano cominciato a fare classifiche, a cercare magagne e scoops. La nostra università è apparsa subito come il bersaglio più facile e comodo, l’antilope azzoppata attaccata dalle iene.
Purtroppo noi siamo nell’occhio del ciclone da troppo tempo: le vicende giudiziarie del rettore e della sua consorte, le minacce mafiose a docenti, il curioso risultato dei test d’ingresso a Medicina dello scorso anno, le sospette infiltrazioni della criminalità, il delitto Bottari mai compreso e forse dimenticato, ecc.. Certo, senza il rinvio a giudizio del rettore - guarda caso per una vicenda da parentopoli ma dalla quale, per il bene dell’università, tutti speriamo che ne esca indenne - la scelta del bersaglio sarebbe potuta pure cadere su altre università. Bisogna ammettere, senza ipocrisie benché col senno del poi, che un passo indietro del rettore avrebbe reso un po’ più difendibile la posizione dell’università di Messina, che resta comunque difficile. Oggi, però, questa circostanza manterrà accesi i riflettori su di noi per parecchi mesi ancora. Non solo, impedirà all’ateneo alcune mosse. Per esempio, non si potrà costituire parte civile nei procedimenti giudiziari in questione, qualora ce ne fosse bisogno o utilità, per rifarsi di eventuali danni patrimoniali o di immagine subiti. C’è dunque la necessità di rompere l’assedio ed è, a mio parere, altamente desiderabile una discontinuità forte anche su questo versante.
I baroni. Non è una diceria che le università italiane (tutte non solo Messina) sono in mano a lobbies accademiche che si scambiano favori e stratificano privilegi. Questa casta invecchia ma si perpetua con il meccanismo della cooptazione di chi si asserve, con o senza meriti scientifici. Chi detiene il potere fa il possibile per mantenerlo e non vi rinuncia facilmente né spontaneamente. Il potere accademico consiste nel controllo delle carriere e dei finanziamenti per la ricerca. In buona sostanza, i baroni tengono i cordoni della borsa. Questa si apre preferenzialmente per gli amici e non per gli avversari, per i figli e non per gli estranei. Salvo che non sia davvero colma, perché in tal caso qualche spicciolo arriva a tutti, anche a chi non è protetto. Ora una politica di tagli indiscriminati - che non può essere definita riforma, perché questa al contrario richiede nuove risorse! - svuota la borsa e penalizza soprattutto chi non ha voce in capitolo, poiché chi è organico al potere accademico la sua parte piccola o grande la riceve comunque. Gli altri restano all’asciutto, se non si asservono. Questa è la principale piaga dell’università italiana, a mio avviso, e la si cura non scegliendo a sorteggio chi controlla la borsa ma togliendo il controllo della borsa alla casta.
Il merito. La vicenda parentopoli ha evidenziato che accanto ai figli di universitari che vincono i concorsi, vincono pure figli di magistrati e professionisti, e che il sistema delle “raccomandazioni alla messinese” è particolarmente capillare. Questo sistema produce una classe dirigente di qualità via via peggiore, ma potrebbe avere, e forse sta avendo già, sulle vostre lauree l’effetto devastante di cui ho già detto: nell’immaginario collettivo la vostra laurea non vale quanto quella dei vostri colleghi milanesi. Pertanto, in questa campagna di delegittimazione, non paghiamo solo noi docenti, bravi o scarsi, zelanti o fannulloni, ma soprattutto voi, perché nel tritacarne mediatico è finito anche il vostro lavoro. Anche qui ci vuole una netta discontinuità, ma per questo ci vuole il vostro contributo, non bastano i docenti.
Voi dovreste pretendere rigorosissimi criteri di merito nei vostri esami. Ma molti di voi, se possono, si adagiano nel sistema delle raccomandazioni, dei favoritismi, delle amicizie. Ma c’è qualcosa in più. Quando avete superato l’esame di stato, una commissione ha certificato che voi siete in grado di prendere un libro di testo, comprenderlo e raccontarne il contenuto in buon italiano. Spesso affrontate gli esami universitari esattamente con questo stesso approccio. Ma lo studio universitario deve andare molto oltre, se l’università vuole essere il motore culturale del Paese e non un esamificio, un dispenser automatico di inutili ed insignificanti pergamene. Agli esami, voi dovreste dimostrare che siete in grado di usare ciò che avete imparato (dai libri, dalle lezioni, dalle esercitazioni, dai laboratori, dal tutoraggio e da tutte quelle opportunità didattiche che vi vengono offerte) per fare. Per raggiungere questo fine, ci vuole una università che funzioni e, soprattutto, il vostro impegno, la vostra creatività. Per contro, è molto più comodo limitarsi a totalizzare crediti, magari con la sola presenza fisica a conferenze, recite, concerti, ecc., invece che con il sudore della fronte. E quando non superate un esame, pensate di essere stati sfortunati perché vi sono capitate domande troppo difficili, o perché il docente – quel mascalzone, raccomandato, figlio di baroni - ce l’ha con voi.
Purtroppo questa società vi offre dei modelli comportamentali devianti. Penso a quei programmi televisivi “spazzatura” come il Grande Fratello o L’isola dei Famosi, o quei programmi a quiz dove si vince un milione non perché si sa o si sa fare qualcosa, ma perché si indovina una risposta su 4 o addirittura se si indovina il pacco giusto. Lì la fortuna è ritenuta un valore ben più importante che non la cultura, lo studio, il lavoro. Ecco che così nascono i miti della velina o del calciatore, del calendario erotico, dei tronisti: diventare famosi per quello che si appare, non per quello che si conosce o si sa fare, perché si è belli anche se vuoti. Oggi la cultura egemone è diventata la cultura dell’apparire e non dell’essere. E allora vi chiedo: come può questa società premiare il merito e non l’immagine? Ciò che sapete fare e non ciò che sembrate? Tutto questo va cambiato ed è compito soprattutto vostro.
Conclusione. Si può uscire da questo buio labirinto in cui siamo finiti. Ciascuno deve fare la sua parte, però.
1. Noi docenti dobbiamo rinunciare ai nostri privilegi; ispirare il nostro lavoro alla deontologia assoluta; orientarci verso il raggiungimento dei più alti fini istituzionali, come l’abolizione delle disuguaglianze sociali. Lo faremo?
2. Le istituzioni universitarie devono operare per rimuovere le sacche di inefficienza e di spreco; devono far ritornare l’università, nell’interesse dei nostri datori di lavoro - che siete voi studenti - l’alto opificio di cultura che è stata in passato; devono serenamente valutare se un ricambio di uomini, organismi e dirigenti possa essere il primo necessario passo per ricostruire dalle attuali macerie. Lo faranno?
3. I governi devono comprendere che il futuro del Paese sta nel nostro lavoro odierno e devono immediatamente abbandonare le attuali politiche di tagli “a pioggia” che rafforzano il potere baronale anziché ridurlo. Lo faranno?
4. Più importante di tutto: voi dovete accostarvi alla vostra università con un altro spirito. L’università è vostra e dovete difenderla e migliorarla anche voi. Ma è un enorme mammuth che si sta estinguendo, perché non sa rinnovarsi, non sa curare da solo le sue malattie. Siete voi che dovete denunciarne le storture e fornire dal basso le fresche energie che servono al rinnovamento. Perché nulla cambia da solo, nessuno rinuncia spontaneamente ai propri privilegi, ci vuole chi pretenda il cambiamento e faccia valere i propri diritti. Lo farete?
È dunque il momento delle scelte e tutti, noi e voi, come diceva Francesco Maurolico, siamo in bilico fra il vero ed il falso. Bisogna semplicemente avere il coraggio di scegliere da quale parte stare. Adesso.
Un caro saluto
Beniamino Ginatempo
Professore ordinario di Fisica
Facoltà di Ingegneria
Università di Messina
Lettera aperta agli studenti dell’Università di Messina
Care studentesse e cari studenti,
recentemente la nostra università è stata bersaglio di violentissimi attacchi mediatici, che hanno messo alla pubblica gogna alcune storture (forse poche o forse molte) presenti nell’università e che vanno sicuramente emendate. L’effetto per l’immagine nostra di docenti e vostra di discenti è stato assolutamente devastante e bisogna analizzare le cause che hanno portato a questo punto, i rimedi da apportare, le eventuali responsabilità e i rischi che si corrono se non si fa presto. Da universitari, eredi di Francesco Maurolico (Inter verum falsum periclitantes), dobbiamo portare avanti questa analisi con lucidità, onestà intellettuale e libertà di pensiero; dobbiamo confrontare le eventuali opinioni discordanti e trovare una sintesi costruttiva, per il bene comune. Provo a suddividere la mia analisi in più capitoli.
Parentopoli. Si è soprattutto puntato l’indice sulla cosiddetta parentopoli messinese. Senza ipocrisie, bisogna semplicemente dire che è tutto vero. Parentopoli c’è ed è indice di un malcostume odioso, perché evidenzia la mancanza di pari opportunità al’interno dell’università.
Sempre senza ipocrisie, però, bisogna dire che parentopoli non c’è soltanto all’università, ma è una malattia diffusa della nostra società, che è iniqua ed immobile, specie a Messina. Quanti figli di manovale oggi possono diventare notaio, avvocato, ingegnere, ecc.? Quanti figli di professionisti lavorano negli studi o nelle imprese dei genitori senza averne né il talento né la voglia?
Tuttavia per l’università c’è un’aggravante. Il sistema della formazione pubblica dovrebbe servire a ridurre le differenze sociali e realizzare i dettami dell’Art. 3 della Costituzione, che ci dichiara uguali. Parentopoli invece dimostra che l’università consolida le barriere sociali invece di abbatterle, lasciando così innumerevoli talenti inespressi ed inesprimibili.
Parentopoli danneggia tutti, dunque. Ma danneggia soprattutto voi, perché si dirà che per laurearsi a Messina basta avere amici influenti, basta far parte della Messina-bene per avere brillanti carriere accademiche e non. Questa università - noi tutti cioè – ha bisogno di uno scatto d’orgoglio ed abolire tutti i favoritismi ed i privilegi interni. Questo è l’obbiettivo che devono subito darsi i docenti e le istituzioni universitarie.
Perché l’università di Messina? Non è difficile rifare gli stessi conteggi di parentele in altre università. Non sarò molto lontano dal vero dicendo che analoghi risultati valgono per tutti gli atenei italiani. Ciò non suoni come giustificazione delle nostre pecche: pensiamo a curare le nostre malattie, invece che a cercare i difetti degli altri. Ma la domanda del titolo pretende una risposta.
Da decenni, ormai, tutti i governi, di qualunque orientamento politico, per tenere sotto controllo i conti pubblici, hanno scelto tagliare i finanziamenti del sistema formazione-ricerca. Ciò è in palese contraddizione con l’affermazione bipartisan che l’arma migliore per competere nel mercato globale è proprio la conoscenza. Questa progressiva riduzione dei fondi ha acceso fra le università una sorta di guerra tra poveri, per dividersi una coperta sempre più piccola. Ma non tutte le università hanno lo stesso peso specifico nel panorama nazionale. Le università più grosse e accademicamente più forti pretendono e ricevono più attenzione dai governi e dai media, a spese delle università medio-piccole. Da qui nasce, per esempio, la proposta dell’abolizione del valore legale del titolo di studio, il che ufficializzerebbe che una laurea a Messina sarebbe diversa (di valore inferiore?) di una laurea a Milano. In questo scenario, si comprende come anche le principali testate giornalistiche abbiano cominciato a fare classifiche, a cercare magagne e scoops. La nostra università è apparsa subito come il bersaglio più facile e comodo, l’antilope azzoppata attaccata dalle iene.
Purtroppo noi siamo nell’occhio del ciclone da troppo tempo: le vicende giudiziarie del rettore e della sua consorte, le minacce mafiose a docenti, il curioso risultato dei test d’ingresso a Medicina dello scorso anno, le sospette infiltrazioni della criminalità, il delitto Bottari mai compreso e forse dimenticato, ecc.. Certo, senza il rinvio a giudizio del rettore - guarda caso per una vicenda da parentopoli ma dalla quale, per il bene dell’università, tutti speriamo che ne esca indenne - la scelta del bersaglio sarebbe potuta pure cadere su altre università. Bisogna ammettere, senza ipocrisie benché col senno del poi, che un passo indietro del rettore avrebbe reso un po’ più difendibile la posizione dell’università di Messina, che resta comunque difficile. Oggi, però, questa circostanza manterrà accesi i riflettori su di noi per parecchi mesi ancora. Non solo, impedirà all’ateneo alcune mosse. Per esempio, non si potrà costituire parte civile nei procedimenti giudiziari in questione, qualora ce ne fosse bisogno o utilità, per rifarsi di eventuali danni patrimoniali o di immagine subiti. C’è dunque la necessità di rompere l’assedio ed è, a mio parere, altamente desiderabile una discontinuità forte anche su questo versante.
I baroni. Non è una diceria che le università italiane (tutte non solo Messina) sono in mano a lobbies accademiche che si scambiano favori e stratificano privilegi. Questa casta invecchia ma si perpetua con il meccanismo della cooptazione di chi si asserve, con o senza meriti scientifici. Chi detiene il potere fa il possibile per mantenerlo e non vi rinuncia facilmente né spontaneamente. Il potere accademico consiste nel controllo delle carriere e dei finanziamenti per la ricerca. In buona sostanza, i baroni tengono i cordoni della borsa. Questa si apre preferenzialmente per gli amici e non per gli avversari, per i figli e non per gli estranei. Salvo che non sia davvero colma, perché in tal caso qualche spicciolo arriva a tutti, anche a chi non è protetto. Ora una politica di tagli indiscriminati - che non può essere definita riforma, perché questa al contrario richiede nuove risorse! - svuota la borsa e penalizza soprattutto chi non ha voce in capitolo, poiché chi è organico al potere accademico la sua parte piccola o grande la riceve comunque. Gli altri restano all’asciutto, se non si asservono. Questa è la principale piaga dell’università italiana, a mio avviso, e la si cura non scegliendo a sorteggio chi controlla la borsa ma togliendo il controllo della borsa alla casta.
Il merito. La vicenda parentopoli ha evidenziato che accanto ai figli di universitari che vincono i concorsi, vincono pure figli di magistrati e professionisti, e che il sistema delle “raccomandazioni alla messinese” è particolarmente capillare. Questo sistema produce una classe dirigente di qualità via via peggiore, ma potrebbe avere, e forse sta avendo già, sulle vostre lauree l’effetto devastante di cui ho già detto: nell’immaginario collettivo la vostra laurea non vale quanto quella dei vostri colleghi milanesi. Pertanto, in questa campagna di delegittimazione, non paghiamo solo noi docenti, bravi o scarsi, zelanti o fannulloni, ma soprattutto voi, perché nel tritacarne mediatico è finito anche il vostro lavoro. Anche qui ci vuole una netta discontinuità, ma per questo ci vuole il vostro contributo, non bastano i docenti.
Voi dovreste pretendere rigorosissimi criteri di merito nei vostri esami. Ma molti di voi, se possono, si adagiano nel sistema delle raccomandazioni, dei favoritismi, delle amicizie. Ma c’è qualcosa in più. Quando avete superato l’esame di stato, una commissione ha certificato che voi siete in grado di prendere un libro di testo, comprenderlo e raccontarne il contenuto in buon italiano. Spesso affrontate gli esami universitari esattamente con questo stesso approccio. Ma lo studio universitario deve andare molto oltre, se l’università vuole essere il motore culturale del Paese e non un esamificio, un dispenser automatico di inutili ed insignificanti pergamene. Agli esami, voi dovreste dimostrare che siete in grado di usare ciò che avete imparato (dai libri, dalle lezioni, dalle esercitazioni, dai laboratori, dal tutoraggio e da tutte quelle opportunità didattiche che vi vengono offerte) per fare. Per raggiungere questo fine, ci vuole una università che funzioni e, soprattutto, il vostro impegno, la vostra creatività. Per contro, è molto più comodo limitarsi a totalizzare crediti, magari con la sola presenza fisica a conferenze, recite, concerti, ecc., invece che con il sudore della fronte. E quando non superate un esame, pensate di essere stati sfortunati perché vi sono capitate domande troppo difficili, o perché il docente – quel mascalzone, raccomandato, figlio di baroni - ce l’ha con voi.
Purtroppo questa società vi offre dei modelli comportamentali devianti. Penso a quei programmi televisivi “spazzatura” come il Grande Fratello o L’isola dei Famosi, o quei programmi a quiz dove si vince un milione non perché si sa o si sa fare qualcosa, ma perché si indovina una risposta su 4 o addirittura se si indovina il pacco giusto. Lì la fortuna è ritenuta un valore ben più importante che non la cultura, lo studio, il lavoro. Ecco che così nascono i miti della velina o del calciatore, del calendario erotico, dei tronisti: diventare famosi per quello che si appare, non per quello che si conosce o si sa fare, perché si è belli anche se vuoti. Oggi la cultura egemone è diventata la cultura dell’apparire e non dell’essere. E allora vi chiedo: come può questa società premiare il merito e non l’immagine? Ciò che sapete fare e non ciò che sembrate? Tutto questo va cambiato ed è compito soprattutto vostro.
Conclusione. Si può uscire da questo buio labirinto in cui siamo finiti. Ciascuno deve fare la sua parte, però.
1. Noi docenti dobbiamo rinunciare ai nostri privilegi; ispirare il nostro lavoro alla deontologia assoluta; orientarci verso il raggiungimento dei più alti fini istituzionali, come l’abolizione delle disuguaglianze sociali. Lo faremo?
2. Le istituzioni universitarie devono operare per rimuovere le sacche di inefficienza e di spreco; devono far ritornare l’università, nell’interesse dei nostri datori di lavoro - che siete voi studenti - l’alto opificio di cultura che è stata in passato; devono serenamente valutare se un ricambio di uomini, organismi e dirigenti possa essere il primo necessario passo per ricostruire dalle attuali macerie. Lo faranno?
3. I governi devono comprendere che il futuro del Paese sta nel nostro lavoro odierno e devono immediatamente abbandonare le attuali politiche di tagli “a pioggia” che rafforzano il potere baronale anziché ridurlo. Lo faranno?
4. Più importante di tutto: voi dovete accostarvi alla vostra università con un altro spirito. L’università è vostra e dovete difenderla e migliorarla anche voi. Ma è un enorme mammuth che si sta estinguendo, perché non sa rinnovarsi, non sa curare da solo le sue malattie. Siete voi che dovete denunciarne le storture e fornire dal basso le fresche energie che servono al rinnovamento. Perché nulla cambia da solo, nessuno rinuncia spontaneamente ai propri privilegi, ci vuole chi pretenda il cambiamento e faccia valere i propri diritti. Lo farete?
È dunque il momento delle scelte e tutti, noi e voi, come diceva Francesco Maurolico, siamo in bilico fra il vero ed il falso. Bisogna semplicemente avere il coraggio di scegliere da quale parte stare. Adesso.
Un caro saluto
Beniamino Ginatempo
Professore ordinario di Fisica
Facoltà di Ingegneria
Università di Messina
giovedì 27 novembre 2008
Universita': Un'alternativa e' possibile
Segnalo l'articolo di Giorgio Parisi, uno dei piu' noti fisici italiani, apparso sul Manifesto del 26/11/2008. Parisi tratta due nodi centrali del problema: il reclutamento e la valutazione. L'universita' di Messina non tiene in considerazione il Manifesto nella sua rassegna stampa, pertanto il link conduce alla rassegna della Sapienza.
lunedì 24 novembre 2008
Ricerca a Singapore
L'universita' di Messina (ma nel resto d'Italia le cose non vanno diversamente) riesce al piu' a garantire un paio di migliaia di euro pro-capite come budget di ricerca. Nel resto del mondo le cose vanno diversamente. Da un mail che ho ricevuto vediamo che Singapore finanzia fino a 1.500.000 dollari un docente appena assunto. Poi ci si lamenta che l'Italia e' in recessione...
Eccovi l'e-mail.
Michelle Teo Gek Lian to undisclosed-re.
Dear Professor,
Nanyang Technological University (NTU) - a research-intensive university with English as the medium of instruction and located in the modern city of Singapore – has tenure track faculty positions with generous research funding for your postdoctoral research associates.
There are two schemes:
1. National Research Foundation Research Fellow cum Nanyang Assistant/Associate Professor @ NTU, with up to US$1.5 million research grant:
<>
Up to 10 positions available annually.
2. Nanyang Assistant Professor @ NTU, with up to SGD$1 million research grant:
<>
Up to 10 positions available annually.
We would be grateful if you would encourage them to apply. Closing date is September 30, 2008 at 5pm (Singapore time).
Thank you.
Sincerely yours,
Ms Michelle Teo
Assistant Manager
College of Science
Nanyang Technological University
E-mail: glteo@ntu.edu.sg
Tel: +65 6513 8467
Fax: +65 6515 8229
Eccovi l'e-mail.
Michelle Teo Gek Lian to undisclosed-re.
Dear Professor,
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There are two schemes:
1. National Research Foundation Research Fellow cum Nanyang Assistant/Associate Professor @ NTU, with up to US$1.5 million research grant:
<
Up to 10 positions available annually.
2. Nanyang Assistant Professor @ NTU, with up to SGD$1 million research grant:
<
Up to 10 positions available annually.
We would be grateful if you would encourage them to apply. Closing date is September 30, 2008 at 5pm (Singapore time).
Thank you.
Sincerely yours,
Ms Michelle Teo
Assistant Manager
College of Science
Nanyang Technological University
E-mail: glteo@ntu.edu.sg
Tel: +65 6513 8467
Fax: +65 6515 8229
Science, dogmas and the state
Rivevo l'info da Nature, forse la piu' prestigiosa rivista scientifica del mondo.
Non c'entra con Messina, ma c'entra con lo squallore che la ricerca rischia di diventare in questo paese bigotto.
Misrepresentation of stem-cell science in Italy by political and religious groups is damaging that nation’s laws and the funding and perceived value of biomedical research, argues Elena Cattaneo in a Book Review in Nature this week. In Staminalia: Le Cellule Etiche e i Nemici Della Ricerca (Staminalia: Ethical Cells and the Enemies of Research), Armando Massarenti describes the political and bioethical disputes under way in Italy.
Distortions coloured the law on in vitro fertilization passed by the Italian parliament in 2004 and made it illegal to derive embryonic stem cells from supernumerary frozen blastocysts. The political process itself stirred up wider opposition to stem-cell research. With few exceptions, the majority of Italian biomedical scientists protested against the law in a subsequent referendum campaign.
Non so se il link sotto richiede un abbonamento a Nature:
http://www.nature.com/nature/journal/vaop/ncurrent/full/456444a.html
Non c'entra con Messina, ma c'entra con lo squallore che la ricerca rischia di diventare in questo paese bigotto.
Misrepresentation of stem-cell science in Italy by political and religious groups is damaging that nation’s laws and the funding and perceived value of biomedical research, argues Elena Cattaneo in a Book Review in Nature this week. In Staminalia: Le Cellule Etiche e i Nemici Della Ricerca (Staminalia: Ethical Cells and the Enemies of Research), Armando Massarenti describes the political and bioethical disputes under way in Italy.
Distortions coloured the law on in vitro fertilization passed by the Italian parliament in 2004 and made it illegal to derive embryonic stem cells from supernumerary frozen blastocysts. The political process itself stirred up wider opposition to stem-cell research. With few exceptions, the majority of Italian biomedical scientists protested against the law in a subsequent referendum campaign.
Non so se il link sotto richiede un abbonamento a Nature:
http://www.nature.com/nature/journal/vaop/ncurrent/full/456444a.html
Lo strano caso di B.
Il commento di un anonimo riportato da Manuela Modica, (http://unimechaos.blogspot.com/2008/11/il-vero-scandalo-delluniversit.html ) ci fa venire in mente una storia vera, di cui si può trovare traccia in molti documenti ufficiali ed in sentenze della magistratura amministrativa. Noi omettiamo il nome perché non ci piace farne. Sarebbe bello se il ministro Brunetta desse un’occhiata….
B. è professore ordinario dell’università di Messina (ha iniziato dal top), ma nei fatti lavora a tempo pieno presso la Philips, Amsterdam. Dal curriculum si evince che B. è uno scienziato di ottimo livello. Il professore B. ‘concentra’ la sua attività a Messina in 2 settimane l’anno: tiene corsi universitari al ritmo di 6 ore al giorno, chiedendo ai colleghi del corso di laurea di spostare i propri corsi, e si cura poco del fatto che gli studenti siano letteralmente soffocati da un tale tour de force. Il preside ed il coordinatore del corso di laurea segnalano al professore B. che le lezioni devono essere tenute, a norma delle leggi e dei regolamenti, secondo un calendario concordato e che non è consentita una tale concentrazione delle lezioni. Il professore B. tiene i suoi esami via fax, aiutato da un altro collega, addetto alle trasmissioni. Il professore B. svolge la sua attività di ricerca (valida) esclusivamente ad Amsterdam, ma percepisce uno stipendio pieno dall’università di Messina. Il professore B. viene deferito al consiglio di disciplina che, avendo trovato ingiustificabile il suo contegno, gli commina la sospensione dallo stipendio, che apre la strada all’inizio della procedura di licenziamento. Il professore B ricorre al TAR di Catania, che ritiene pienamente legittimo il comportamento di B. e condanna l’università di Messina a pagare gli arretrati. L’università di Messina esegue la sentenza (che altro potrebbe fare?). Il professore B. continua ancora oggi a fare didattica e ricerca a Messina come ha sempre fatto. Adesso ha in tasca una sentenza del TAR che dice che può.
Due commenti. Primo: vogliamo tagliare questi sprechi? Secondo: il ‘protezionismo locale’ nei concorsi è stato spesso motivato da casi come quello del professore B. Non è soltanto una scusa, ma, naturalmente, troppo spesso diventa un alibi…
B. è professore ordinario dell’università di Messina (ha iniziato dal top), ma nei fatti lavora a tempo pieno presso la Philips, Amsterdam. Dal curriculum si evince che B. è uno scienziato di ottimo livello. Il professore B. ‘concentra’ la sua attività a Messina in 2 settimane l’anno: tiene corsi universitari al ritmo di 6 ore al giorno, chiedendo ai colleghi del corso di laurea di spostare i propri corsi, e si cura poco del fatto che gli studenti siano letteralmente soffocati da un tale tour de force. Il preside ed il coordinatore del corso di laurea segnalano al professore B. che le lezioni devono essere tenute, a norma delle leggi e dei regolamenti, secondo un calendario concordato e che non è consentita una tale concentrazione delle lezioni. Il professore B. tiene i suoi esami via fax, aiutato da un altro collega, addetto alle trasmissioni. Il professore B. svolge la sua attività di ricerca (valida) esclusivamente ad Amsterdam, ma percepisce uno stipendio pieno dall’università di Messina. Il professore B. viene deferito al consiglio di disciplina che, avendo trovato ingiustificabile il suo contegno, gli commina la sospensione dallo stipendio, che apre la strada all’inizio della procedura di licenziamento. Il professore B ricorre al TAR di Catania, che ritiene pienamente legittimo il comportamento di B. e condanna l’università di Messina a pagare gli arretrati. L’università di Messina esegue la sentenza (che altro potrebbe fare?). Il professore B. continua ancora oggi a fare didattica e ricerca a Messina come ha sempre fatto. Adesso ha in tasca una sentenza del TAR che dice che può.
Due commenti. Primo: vogliamo tagliare questi sprechi? Secondo: il ‘protezionismo locale’ nei concorsi è stato spesso motivato da casi come quello del professore B. Non è soltanto una scusa, ma, naturalmente, troppo spesso diventa un alibi…
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