martedì 9 dicembre 2008

Voglio un rettore senza parenti

Riproduco di sotto un mio commento pubblicato su Centonove del 5 dicembre 2008 con il titolo "Voglio un rettore senza parenti":

Una società bloccata, caste chiuse, politici e banchieri sempre più arroganti, gente che non ce la fa ad arrivare a fine mese, industrie che chiudono. Questo l’apocalittico panorama del Belpaese oggi. Ma c’é una speranza? La settimana scorsa suggerivo da queste colonne alla ‘classe dirigente’ dell’università di mettersi in discussione onde evitare un altrimenti ineludibile processo sulle piazze. Facciamo pulizia, molto é lo sporco da rimuovere, ma c’é pure qualcosa da salvare. Puntiamo sulle cose positive, sulle competenze ci sono nonostante, per la testardaggine di chi ha voluto costruire saperi, cultura. Per quanto mi riguarda, ho dedicato una vita alla fisica, alla ricerca, all’insegnamento. A Messina sono uno dei pochi a non avere, e a non aver mai avuto, parenti nella stessa università. La mia è la storia di chi, come troppi altri, ha dovuto cercare ‘maestri’ e competenze all’estero: ho lavorato per lunghi anni all’università di Bristol, in Inghilterra. Ho poi avuto, come troppo pochi altri, la fortuna, ed al tempo stesso la sfortuna, di tornare sulle rive del mio Stretto. Non perché io sia bravo, sebbene, in tutta onestà credo di avere meritato quel posto, ma soltanto perché quando i baroni litigano può anche capitare che vinca chi non fa parte del club. Forse soltanto per dispetto. Per la mia storia, o per l’assenza di relazioni sociali importanti - né logge, né club service, ne partiti politici - nel mio luogo di lavoro sono sempre stato percepito come uno straniero, un alieno. Non sei cliente e non vuoi clienti, non chiedi più di quanto non ti spetti, non sei ricattabile: perché dovremmo fidarci di te? Proprio per questo, oggi, sento di avere non soltanto il diritto ma anche il dovere di parlare. Non mi piace fare nomi, ma nella mia università (non lì soltanto) si è esagerato. Basta. Stop. Fine. Voltiamo pagina. Non aspettiamo inerti l’esito dei processi che oggi si celebrano nelle aule dei tribunali, sulla stampa, nei talk show. Basta. Cerchiamo facce nuove, pulite, e spalle forti per gestire la pulizia dell’ateneo piuttosto che gli appalti delle pulizie. Lo statuto dell’università mi impedisce di candidarmi a fare il rettore perché non sono ordinario. Ma voglio che venga fuori un candidato, come me, senza parenti. Per Tomasello mi spiace, ha fatto anche qualcosa di buono in questi anni. Mi sento di doverlo ringraziare pubblicamente perche si è profuso nella valutazione della ricerca – uno dei temi centrali della questione università - come nessuno aveva fatto prima. Adesso, tuttavia, è necessario un cambiamento forte, una discontinuità. Fosse soltanto per evitare che il processo si sposti nelle piazze, distruggendo il buono che si potrebbe salvare.

lunedì 1 dicembre 2008

Chi sono i fannulloni della ricerca?

Perchè chi deve difendere l'Istituzione, non lo fa? Quali inenarrabili ricatti (morali? economici? di posizionamento sociale? di lobbies?) stringono il cappio al collo di tanti, di troppi, "addetti ai lavori" fino al punto di farsi(ci) sommergere da tonnellate di spazzatura senza neanche abbozzare una - almeno simbolica - difesa?
L'articolo, la cui lettura consiglio a molti e che riporto virgolettato qui di seguito, non da opinioni, non fa previsioni nè esprime giudizi. Elenca numeri.
E basta. Ed é validato da Nature.
Nature conferma: i ricercatori italiani non sono fannulloni

di Pietro Greco
"Lo abbiamo già detto. Il mondo della ricerca in Italia ha molti malanni e qualche patologia grave. Ma non è un mondo di fannulloni. Qualche ulteriore dato statistico, raccolto in sede internazionale, ci aiuta a corroborare questa tesi. Tra il 1997 e il 2001 l'Italia schierava nel campo della ricerca poco meno di 70.000 ricercatori: il 3,1% del totale mondiale. Nel medesimo periodo questi ricercatori hanno pubblicato su riviste scientifiche internazionali con peer review oltre 147.000 articoli: il 4,1% del totale mondiale.
Tra l'1% degli articoli più citati al mondo ve ne figuravano ben 1.630firmati da italiani: pari al 4,31% del totale. Se dividiamo questi articoli per il numero di ricercatori italiani, troviamo che ogni 100 ricercatori nel nostro paese 2,28 producono un articolo ad altissimo impatto. Una percentuale che, certo, è inferiore a quella del Regno Unito (3,27 articoli ad alto impatto ogni 100 ricercatori) o del Canada (2,44). Ma nettamente superiore a quella di Stati Uniti (2,06), Francia (1,67), Germania (1,62), Giappone (0,41).
Questi dati pubblicati dalla rivista Nature dimostrano, quanto meno, che i ricercatori del nostro paese sono "dentro" il sistema scientifico internazionale e sanno competere alla pari coi colleghi di altri paesi.
In alcuni settori c'è una vera e propria eccellenza. Altri dati, pubblicati da Sciencewatch e accessibili a tutti in rete, ci dicono che negli anni successivi al 2001, per esempio tra il 2003 e il 2007, la percentuale di articoli firmati da italiani sul totale mondiale è aumentata: passando al 4,46%. E che la qualità di alcuni settori della ricerca è davvero eccellente. I fisici italiani, per esempio, pubblicano il 5,09% del totale mondiale degli articoli in fisica, e hanno un numero di citazione (indice di qualità) che è del 20% superiore alla media mondiale. Nella scienza agrarie la qualità è addirittura maggiore (gli articoli degli italiani ottengono un numero di citazione del 21% superiore alla media mondiale). Molto citati rispetto alla media mondiale sono anche i nostri articoli in medicina clinica (+ 17%), in psicologia e psichiatria (+16%), in scienze spaziali (+12%), in matematica (+9%). Siamo meno bravi nei settori dell'economia (24% di citazioni in meno rispetto alla media mondiale), in bilogia molecolare e genetica (- 16%), in microbiologia (- 14%), in botanica e zoologia (- 12%)."
E allora dignità esige che queste cose si dicano, che si dica che se esistono corsi di laurea con un solo studente, tali corsi sono stati promossi, provocati e coccolati da una normativa (estranea all'Università) che premiava - a suon di euro - il tanto stombazzato quanto inutile "ampliamento dell'offerta formativa". Ampliamenti che potrebbero essere immediatamente annullati e che, comunque, stante il non aumento del corpo docente, vanno avanti sulle gambe del volontariato e non costano una lira in più al sitema università. E senza un soldo in più per chi insegna in questo, piu in quello, piu in quell'altro corso.
L'OMS (HWO) ha certificato che il sistema sanitario di prima emergenza italiano (il 118, per capirci)è il primo al mondo. Un modello di riferimento per l'intero pianeta. Ai denigratori della nostra sciagurata Università, innamorati (esterofili?) del sistema inglese piuttosto che americano o tedesco chiedo: "I sanitari che fanno del 118 un'eccellenza globale, sono stati formati ad Harvard? Oppure a Cambridge? Magari all' Imperial College?"
No. Li abbiamo formati noi.
Tutti Noi che ci crediamo. Che lavoriamo ogni giorno con scienza e coscienza, con umiltà. Sorretti dal sogno (stupido per taluni) che il riscatto delle nostre genti passi anche dalle nostre parole e da i nostri atti da tutto ciò che riusciamo a trasmettere.. Che non ci arrendiamo alle mode del momento, convinti come siamo, che veniamo da lontano. Da molto lontano.
L'articolo su Nature, a mio avviso, è illuminante nel momento in cui si riflette sul fatto che certa Accademia ha tutte le carte in regola per ribattere colpo su colpo. Per battere "i pugni sul tavolo". E non lo fa. Anche coloro che potrebbero, tacciono. A costoro dico, parafrasando lo slogan dell'Onda, "io i vostri legami, ricatti, consorterie, posti di scambio, amanti, intrecci ed intrallazzi, non li pago!"
E solo questione di dignità e di schiena dritta.
Mauro Federico
Dipartimento di Fisica
Università di Messina

venerdì 28 novembre 2008

Ricevo da Beniamino Ginatempo, professore di Fisica dell'Universita' di Messina, questa lettera aperta agli studenti che volentieri pubblico.

Lettera aperta agli studenti dell’Università di Messina

Care studentesse e cari studenti,

recentemente la nostra università è stata bersaglio di violentissimi attacchi mediatici, che hanno messo alla pubblica gogna alcune storture (forse poche o forse molte) presenti nell’università e che vanno sicuramente emendate. L’effetto per l’immagine nostra di docenti e vostra di discenti è stato assolutamente devastante e bisogna analizzare le cause che hanno portato a questo punto, i rimedi da apportare, le eventuali responsabilità e i rischi che si corrono se non si fa presto. Da universitari, eredi di Francesco Maurolico (Inter verum falsum periclitantes), dobbiamo portare avanti questa analisi con lucidità, onestà intellettuale e libertà di pensiero; dobbiamo confrontare le eventuali opinioni discordanti e trovare una sintesi costruttiva, per il bene comune. Provo a suddividere la mia analisi in più capitoli.

Parentopoli. Si è soprattutto puntato l’indice sulla cosiddetta parentopoli messinese. Senza ipocrisie, bisogna semplicemente dire che è tutto vero. Parentopoli c’è ed è indice di un malcostume odioso, perché evidenzia la mancanza di pari opportunità al’interno dell’università.
Sempre senza ipocrisie, però, bisogna dire che parentopoli non c’è soltanto all’università, ma è una malattia diffusa della nostra società, che è iniqua ed immobile, specie a Messina. Quanti figli di manovale oggi possono diventare notaio, avvocato, ingegnere, ecc.? Quanti figli di professionisti lavorano negli studi o nelle imprese dei genitori senza averne né il talento né la voglia?
Tuttavia per l’università c’è un’aggravante. Il sistema della formazione pubblica dovrebbe servire a ridurre le differenze sociali e realizzare i dettami dell’Art. 3 della Costituzione, che ci dichiara uguali. Parentopoli invece dimostra che l’università consolida le barriere sociali invece di abbatterle, lasciando così innumerevoli talenti inespressi ed inesprimibili.
Parentopoli danneggia tutti, dunque. Ma danneggia soprattutto voi, perché si dirà che per laurearsi a Messina basta avere amici influenti, basta far parte della Messina-bene per avere brillanti carriere accademiche e non. Questa università - noi tutti cioè – ha bisogno di uno scatto d’orgoglio ed abolire tutti i favoritismi ed i privilegi interni. Questo è l’obbiettivo che devono subito darsi i docenti e le istituzioni universitarie.

Perché l’università di Messina? Non è difficile rifare gli stessi conteggi di parentele in altre università. Non sarò molto lontano dal vero dicendo che analoghi risultati valgono per tutti gli atenei italiani. Ciò non suoni come giustificazione delle nostre pecche: pensiamo a curare le nostre malattie, invece che a cercare i difetti degli altri. Ma la domanda del titolo pretende una risposta.
Da decenni, ormai, tutti i governi, di qualunque orientamento politico, per tenere sotto controllo i conti pubblici, hanno scelto tagliare i finanziamenti del sistema formazione-ricerca. Ciò è in palese contraddizione con l’affermazione bipartisan che l’arma migliore per competere nel mercato globale è proprio la conoscenza. Questa progressiva riduzione dei fondi ha acceso fra le università una sorta di guerra tra poveri, per dividersi una coperta sempre più piccola. Ma non tutte le università hanno lo stesso peso specifico nel panorama nazionale. Le università più grosse e accademicamente più forti pretendono e ricevono più attenzione dai governi e dai media, a spese delle università medio-piccole. Da qui nasce, per esempio, la proposta dell’abolizione del valore legale del titolo di studio, il che ufficializzerebbe che una laurea a Messina sarebbe diversa (di valore inferiore?) di una laurea a Milano. In questo scenario, si comprende come anche le principali testate giornalistiche abbiano cominciato a fare classifiche, a cercare magagne e scoops. La nostra università è apparsa subito come il bersaglio più facile e comodo, l’antilope azzoppata attaccata dalle iene.
Purtroppo noi siamo nell’occhio del ciclone da troppo tempo: le vicende giudiziarie del rettore e della sua consorte, le minacce mafiose a docenti, il curioso risultato dei test d’ingresso a Medicina dello scorso anno, le sospette infiltrazioni della criminalità, il delitto Bottari mai compreso e forse dimenticato, ecc.. Certo, senza il rinvio a giudizio del rettore - guarda caso per una vicenda da parentopoli ma dalla quale, per il bene dell’università, tutti speriamo che ne esca indenne - la scelta del bersaglio sarebbe potuta pure cadere su altre università. Bisogna ammettere, senza ipocrisie benché col senno del poi, che un passo indietro del rettore avrebbe reso un po’ più difendibile la posizione dell’università di Messina, che resta comunque difficile. Oggi, però, questa circostanza manterrà accesi i riflettori su di noi per parecchi mesi ancora. Non solo, impedirà all’ateneo alcune mosse. Per esempio, non si potrà costituire parte civile nei procedimenti giudiziari in questione, qualora ce ne fosse bisogno o utilità, per rifarsi di eventuali danni patrimoniali o di immagine subiti. C’è dunque la necessità di rompere l’assedio ed è, a mio parere, altamente desiderabile una discontinuità forte anche su questo versante.

I baroni. Non è una diceria che le università italiane (tutte non solo Messina) sono in mano a lobbies accademiche che si scambiano favori e stratificano privilegi. Questa casta invecchia ma si perpetua con il meccanismo della cooptazione di chi si asserve, con o senza meriti scientifici. Chi detiene il potere fa il possibile per mantenerlo e non vi rinuncia facilmente né spontaneamente. Il potere accademico consiste nel controllo delle carriere e dei finanziamenti per la ricerca. In buona sostanza, i baroni tengono i cordoni della borsa. Questa si apre preferenzialmente per gli amici e non per gli avversari, per i figli e non per gli estranei. Salvo che non sia davvero colma, perché in tal caso qualche spicciolo arriva a tutti, anche a chi non è protetto. Ora una politica di tagli indiscriminati - che non può essere definita riforma, perché questa al contrario richiede nuove risorse! - svuota la borsa e penalizza soprattutto chi non ha voce in capitolo, poiché chi è organico al potere accademico la sua parte piccola o grande la riceve comunque. Gli altri restano all’asciutto, se non si asservono. Questa è la principale piaga dell’università italiana, a mio avviso, e la si cura non scegliendo a sorteggio chi controlla la borsa ma togliendo il controllo della borsa alla casta.

Il merito. La vicenda parentopoli ha evidenziato che accanto ai figli di universitari che vincono i concorsi, vincono pure figli di magistrati e professionisti, e che il sistema delle “raccomandazioni alla messinese” è particolarmente capillare. Questo sistema produce una classe dirigente di qualità via via peggiore, ma potrebbe avere, e forse sta avendo già, sulle vostre lauree l’effetto devastante di cui ho già detto: nell’immaginario collettivo la vostra laurea non vale quanto quella dei vostri colleghi milanesi. Pertanto, in questa campagna di delegittimazione, non paghiamo solo noi docenti, bravi o scarsi, zelanti o fannulloni, ma soprattutto voi, perché nel tritacarne mediatico è finito anche il vostro lavoro. Anche qui ci vuole una netta discontinuità, ma per questo ci vuole il vostro contributo, non bastano i docenti.
Voi dovreste pretendere rigorosissimi criteri di merito nei vostri esami. Ma molti di voi, se possono, si adagiano nel sistema delle raccomandazioni, dei favoritismi, delle amicizie. Ma c’è qualcosa in più. Quando avete superato l’esame di stato, una commissione ha certificato che voi siete in grado di prendere un libro di testo, comprenderlo e raccontarne il contenuto in buon italiano. Spesso affrontate gli esami universitari esattamente con questo stesso approccio. Ma lo studio universitario deve andare molto oltre, se l’università vuole essere il motore culturale del Paese e non un esamificio, un dispenser automatico di inutili ed insignificanti pergamene. Agli esami, voi dovreste dimostrare che siete in grado di usare ciò che avete imparato (dai libri, dalle lezioni, dalle esercitazioni, dai laboratori, dal tutoraggio e da tutte quelle opportunità didattiche che vi vengono offerte) per fare. Per raggiungere questo fine, ci vuole una università che funzioni e, soprattutto, il vostro impegno, la vostra creatività. Per contro, è molto più comodo limitarsi a totalizzare crediti, magari con la sola presenza fisica a conferenze, recite, concerti, ecc., invece che con il sudore della fronte. E quando non superate un esame, pensate di essere stati sfortunati perché vi sono capitate domande troppo difficili, o perché il docente – quel mascalzone, raccomandato, figlio di baroni - ce l’ha con voi.
Purtroppo questa società vi offre dei modelli comportamentali devianti. Penso a quei programmi televisivi “spazzatura” come il Grande Fratello o L’isola dei Famosi, o quei programmi a quiz dove si vince un milione non perché si sa o si sa fare qualcosa, ma perché si indovina una risposta su 4 o addirittura se si indovina il pacco giusto. Lì la fortuna è ritenuta un valore ben più importante che non la cultura, lo studio, il lavoro. Ecco che così nascono i miti della velina o del calciatore, del calendario erotico, dei tronisti: diventare famosi per quello che si appare, non per quello che si conosce o si sa fare, perché si è belli anche se vuoti. Oggi la cultura egemone è diventata la cultura dell’apparire e non dell’essere. E allora vi chiedo: come può questa società premiare il merito e non l’immagine? Ciò che sapete fare e non ciò che sembrate? Tutto questo va cambiato ed è compito soprattutto vostro.

Conclusione. Si può uscire da questo buio labirinto in cui siamo finiti. Ciascuno deve fare la sua parte, però.
1. Noi docenti dobbiamo rinunciare ai nostri privilegi; ispirare il nostro lavoro alla deontologia assoluta; orientarci verso il raggiungimento dei più alti fini istituzionali, come l’abolizione delle disuguaglianze sociali. Lo faremo?
2. Le istituzioni universitarie devono operare per rimuovere le sacche di inefficienza e di spreco; devono far ritornare l’università, nell’interesse dei nostri datori di lavoro - che siete voi studenti - l’alto opificio di cultura che è stata in passato; devono serenamente valutare se un ricambio di uomini, organismi e dirigenti possa essere il primo necessario passo per ricostruire dalle attuali macerie. Lo faranno?
3. I governi devono comprendere che il futuro del Paese sta nel nostro lavoro odierno e devono immediatamente abbandonare le attuali politiche di tagli “a pioggia” che rafforzano il potere baronale anziché ridurlo. Lo faranno?
4. Più importante di tutto: voi dovete accostarvi alla vostra università con un altro spirito. L’università è vostra e dovete difenderla e migliorarla anche voi. Ma è un enorme mammuth che si sta estinguendo, perché non sa rinnovarsi, non sa curare da solo le sue malattie. Siete voi che dovete denunciarne le storture e fornire dal basso le fresche energie che servono al rinnovamento. Perché nulla cambia da solo, nessuno rinuncia spontaneamente ai propri privilegi, ci vuole chi pretenda il cambiamento e faccia valere i propri diritti. Lo farete?
È dunque il momento delle scelte e tutti, noi e voi, come diceva Francesco Maurolico, siamo in bilico fra il vero ed il falso. Bisogna semplicemente avere il coraggio di scegliere da quale parte stare. Adesso.

Un caro saluto
Beniamino Ginatempo
Professore ordinario di Fisica
Facoltà di Ingegneria
Università di Messina

giovedì 27 novembre 2008

Universita': Un'alternativa e' possibile

Segnalo l'articolo di Giorgio Parisi, uno dei piu' noti fisici italiani, apparso sul Manifesto del 26/11/2008. Parisi tratta due nodi centrali del problema: il reclutamento e la valutazione. L'universita' di Messina non tiene in considerazione il Manifesto nella sua rassegna stampa, pertanto il link conduce alla rassegna della Sapienza.

lunedì 24 novembre 2008

Ricerca a Singapore

L'universita' di Messina (ma nel resto d'Italia le cose non vanno diversamente) riesce al piu' a garantire un paio di migliaia di euro pro-capite come budget di ricerca. Nel resto del mondo le cose vanno diversamente. Da un mail che ho ricevuto vediamo che Singapore finanzia fino a 1.500.000 dollari un docente appena assunto. Poi ci si lamenta che l'Italia e' in recessione...
Eccovi l'e-mail.

Michelle Teo Gek Lian to undisclosed-re.

Dear Professor,
Nanyang Technological University (NTU) - a research-intensive university with English as the medium of instruction and located in the modern city of Singapore – has tenure track faculty positions with generous research funding for your postdoctoral research associates.
There are two schemes:
1. National Research Foundation Research Fellow cum Nanyang Assistant/Associate Professor @ NTU, with up to US$1.5 million research grant:
<>
Up to 10 positions available annually.
2. Nanyang Assistant Professor @ NTU, with up to SGD$1 million research grant:
<>
Up to 10 positions available annually.
We would be grateful if you would encourage them to apply. Closing date is September 30, 2008 at 5pm (Singapore time).
Thank you.
Sincerely yours,
Ms Michelle Teo
Assistant Manager
College of Science
Nanyang Technological University
E-mail: glteo@ntu.edu.sg
Tel: +65 6513 8467
Fax: +65 6515 8229

Science, dogmas and the state

Rivevo l'info da Nature, forse la piu' prestigiosa rivista scientifica del mondo.
Non c'entra con Messina, ma c'entra con lo squallore che la ricerca rischia di diventare in questo paese bigotto.

Misrepresentation of stem-cell science in Italy by political and religious groups is damaging that nation’s laws and the funding and perceived value of biomedical research, argues Elena Cattaneo in a Book Review in Nature this week. In Staminalia: Le Cellule Etiche e i Nemici Della Ricerca (Staminalia: Ethical Cells and the Enemies of Research), Armando Massarenti describes the political and bioethical disputes under way in Italy.
Distortions coloured the law on in vitro fertilization passed by the Italian parliament in 2004 and made it illegal to derive embryonic stem cells from supernumerary frozen blastocysts. The political process itself stirred up wider opposition to stem-cell research. With few exceptions, the majority of Italian biomedical scientists protested against the law in a subsequent referendum campaign.

Non so se il link sotto richiede un abbonamento a Nature:
http://www.nature.com/nature/journal/vaop/ncurrent/full/456444a.html

Lo strano caso di B.

Il commento di un anonimo riportato da Manuela Modica, (http://unimechaos.blogspot.com/2008/11/il-vero-scandalo-delluniversit.html ) ci fa venire in mente una storia vera, di cui si può trovare traccia in molti documenti ufficiali ed in sentenze della magistratura amministrativa. Noi omettiamo il nome perché non ci piace farne. Sarebbe bello se il ministro Brunetta desse un’occhiata….
B. è professore ordinario dell’università di Messina (ha iniziato dal top), ma nei fatti lavora a tempo pieno presso la Philips, Amsterdam. Dal curriculum si evince che B. è uno scienziato di ottimo livello. Il professore B. ‘concentra’ la sua attività a Messina in 2 settimane l’anno: tiene corsi universitari al ritmo di 6 ore al giorno, chiedendo ai colleghi del corso di laurea di spostare i propri corsi, e si cura poco del fatto che gli studenti siano letteralmente soffocati da un tale tour de force. Il preside ed il coordinatore del corso di laurea segnalano al professore B. che le lezioni devono essere tenute, a norma delle leggi e dei regolamenti, secondo un calendario concordato e che non è consentita una tale concentrazione delle lezioni. Il professore B. tiene i suoi esami via fax, aiutato da un altro collega, addetto alle trasmissioni. Il professore B. svolge la sua attività di ricerca (valida) esclusivamente ad Amsterdam, ma percepisce uno stipendio pieno dall’università di Messina. Il professore B. viene deferito al consiglio di disciplina che, avendo trovato ingiustificabile il suo contegno, gli commina la sospensione dallo stipendio, che apre la strada all’inizio della procedura di licenziamento. Il professore B ricorre al TAR di Catania, che ritiene pienamente legittimo il comportamento di B. e condanna l’università di Messina a pagare gli arretrati. L’università di Messina esegue la sentenza (che altro potrebbe fare?). Il professore B. continua ancora oggi a fare didattica e ricerca a Messina come ha sempre fatto. Adesso ha in tasca una sentenza del TAR che dice che può.
Due commenti. Primo: vogliamo tagliare questi sprechi? Secondo: il ‘protezionismo locale’ nei concorsi è stato spesso motivato da casi come quello del professore B. Non è soltanto una scusa, ma, naturalmente, troppo spesso diventa un alibi…

domenica 23 novembre 2008

Il vero scandalo dell'università

Ho ricevuto questo contributo e voglio proporvelo. L'autore desidera rimanere anonimo. Il commento è pubblicato anche sul gruppo di Facebook: "Cervelli in fuga, quelli che il papà non è all'università".


In una prospettiva analitica, che ci siano i parenti è chiaramente scandaloso. Ma dal punto di vista della demografia universitaria i parenti non costituiscono la componente principale (c'e dunque un errore di logica nel modo in cui si presenta il problema. Si prende un aspetto e lo si fa diventare l'unico aspetto).

Il vero scandalo dell'università è che il merito non costituisce la variabile principale per il reclutamento. A partire da questo dato, Messina non è affatto diversa dalle altre università e quello che forse ha fatto il rettore non è affatto differente da quello che fanno altri rettori (influenzare i concorsi).

Anzi, potrei spingermi più avanti e dire che il suo comportamento, così come quello dei professori che caldeggiano i propri collaboratori e cercano di creare le condizioni più favorevoli, è giusto e sacrosanto nel quadro attuale.

Ora, cerca di capirmi. Figurati se penso che questo sia bello. Ma quale altra scelta vi sarebbe nel quadro attuale (che non è attuale E' vecchio di decine d'anni)?

Se un professore non tentasse di intervenire nella composizione della commissione o non cercasse di influenzare la commissione con le varie tecniche a disposizione, condannerebbe il suo candidato a soccombere. Influenzare il concorso è meramente una forma di autodifesa.

E' proprio il sistema che è strutturato in un certo modo. Per questo la critica rivolta a singole persone o la soluzione giudiziaria sono completamente inutili.

Per meglio dire, in questo momento tali soluzioni "personalistiche" hanno un senso. A livello locale servono a scongiurare il rischio che il rettore intraprenda una carriera politica e, a livello nazionale, servono a legittimare l'idea che l'Università italiana fa schifo. In questo senso l'università di Messina paga il prezzo di una doppia contingenza.

Vedi, se volessimo impiegare la soluzione giudiziaria, pressoché tutti i concorsi dalla fondazione della Repubblica ai giorni nostri dovrebbero essere incriminati. Non c'è quasi concorso che sia immune da contrattazione. E quando questo avviene, è unicamente perché gli odi tra scuole o eventi fortuiti di qualche tipo hanno fatto sì che non ci sia potuti accordare o che il candidato prescelto non si sia presentato.

Una soluzione giudiziaria che pretendesse di essere giusta dovrebbe azzerare l'università italiana. Tu comprendi che questo è impossibile e non avrebbe senso. Per esempio, pensi che i professori che tu hai amato o i tuoi autori universitari preferiti facciano eccezione a questa regola? Che so, pensi che Cacciari o Galimberti siano diversi? Ovviamente no. Anche loro non fuggono a questo destino. Semplicemente non potrebbero...

Questo significa chiaramente che l'università necessita di una riforma. Ma la soluzione deve essere tutta politica. Non si può affrontare la questione basandosi sullo scandalo. I senso di scandalo è giustificatissimo ma non coglie il punto.

Per questo ti dico che dovresti produrre un altro livello d'analisi. In questo momento non siamo su un piano analitico serio. Piuttosto, siamo dalle parti di Beppe Grillo. Io credo che ci voglia una prospettiva che vesta i panni degli attori sociali anziché quelli vaghi della giustizia.

sabato 22 novembre 2008

La valutazione

Nei salotti televisivi si parla spesso di valutazione dell’università e della ricerca. Al tempo della Moratti fu istituito il CIVR ( http://www.civr.it/ ) un organismo che avrebbe dovuto valutare la ricerca in Italia, con conseguenze sulla ripartizione delle risorse. Tra infinite polemiche il CIVR portò il lavoro al termine, avvalendosi anche di numerosi e qualificati esperti stranieri. Il risultato della valutazione può essere consultato sul sito. Il governo Berlusconi di allora prese un solo provvedimento: lo scioglimento di alcuni enti di ricerca fra i quali l’Istituto Nazionale di Fisica della Materia (INFM), che dal CIVR era stato valutato il migliore tra tutti (più della Bocconi ed il e più che il doppio della LUISS) e del quale mi onoro di avere fatto parte. Sembrò allora che il governo Prodi ed il ministro Mussi avrebbero riparato al danno. Dopo tante belle parole il risultato fu: 1) una ‘riforma’ del sistema di valutazione, con un’agenzia che avrebbe dovuto sostituire il CIVR ma che non fu mai costituita 2) l’INFM non fu ricostituito, nonostante numerose proposte di legge presentate dall’Ulivo di allora.
E oggi?

I concorsi universitari: parte 2 - le pubblicazioni

Un commento di Maria Arruzza al mio post "Escludere dai concorsi i figli dei docenti universitari?" mi permette di chiarire alcune cose importanti sulle pubblicazioni.
Scrive Maria: “Probabilmente i criteri di accesso a dottorati e ricerca dovrebbero essere cambiati radicalmente. Basta pubblicazioni... Siamo così disonesti da non sapere come sono fatte queste pubblicazioni? E anche in questo caso pubblica davvero chi ha la competenza o c'è una scelta a monte da parte del docente su chi può e chi non può pubblicare? Non prendiamoci in giro.”. Sulle riviste internazionali, qualunque lavoro per essere pubblicato viene sottomesso a referee la cui identita’ e’ nota solo dagli editor della rivista. I referee esprimono un parere sull’opportunita’ di pubblicare e gli editor rispettano tali indicazioni. La pubblicazione su tali riviste e’ normalmente gratuita. Il docente, se scrive cavolate non pubblica sulle riviste prestigiose e tantomeno vi riescono a pubblicare i suoi pupilli. Esistono tuttavia riviste locali, normalmente finanziate con i soldi delle universita’ o dei singoli dipartimenti dove non si adopera il sistema internazionale ed il direttore pubblica piu’ o meno quello che gli pare. In un concorso decente lavori pubblicati su simili riviste non dovrebbero valere nulla. E le universita’ dovrebbero a mio parere tagliare i fondi per simili squalificate e squalificanti pubblicazioni.
Esiste naturalmente la possibilita’ che giovani in gamba vengano messi in batteria a lavorare per fare pubblicare su riviste buone un figlio di papa’. Questo e’ uno scandalo osceno e, purtroppo, non si puo’ fare piu’ che invitare tutti i giovani di valore a denunciare tali fatti per renderli impossibili

I concorsi universitari – parte 1

Due i punti dolenti per l’università italiana: i concorsi (che ci sono) e le verifiche (che non ci sono). Qui parliamo dei primi. Il sistema italiano è unico nel mondo, non funziona e non potrà mai funzionare. Vediamo perchè.
Una prima ragione è che in Italia si fanno concorsi con regole molto simili tanto per le posizioni iniziali (ricercatori) quanto per quelle che altrove sono soltanto promozioni nell’ambito di una sola carriera (professori associati e professori ordinari). Quasi dappertutto la carriera prevede tre gradini (negli Stati Uniti: assistant professor, associate professor, full professor, in Inghilterra: lecturer, reader, full professor) perchè si ritiene che la promozione sia un incentivo per migliorarsi. In Italia invece si finge che i concorsi per associato o ordinario siano aperti a tutti: nei fatti non lo sono e, personalmente, non vedo perché mai dovrebbero esserlo. Sarebbe normale avere in banca un direttore di filiale senza precedenti esperienze?
Il punto è che all’estero si esercita una forte attenzione sui concorsi per i nuovi ingressi. Per essere assunti è necessario tenere un seminario nel quale tutti (inclusi i diretti concorrenti…) possono fare domande. E vi assicuro che sono domande toste, qualcuno scappa via piangendo. In qualche caso, leggi non scritte (Inghilterra, Stati Uniti) o scritte (Germania) escludono coloro i quali hanno studiato nell’università che bandisce la selezione. In ogni caso decide un ‘panel’ formato dai docenti dell’università che bandisce. Non possono prendere i propri e cercano di prendere i migliori. Anche perché il Dipartimento ed il suo direttore verranno valutati sulla base dei risultati ottenuti dalle persone che hanno assunto. Ed i provvedimenti possono giungere alla chiusura del dipartimento (in Inghilterra) o al licenziamento del direttore (Stati Uniti).
Regole completamente diverse vigono per le promozioni: il curriculum della persona che si vuole promuovere viene sottoposto ad alcuni referee, tutti estranei all’istituzione che bandisce. Se il parere dei referee esterni è negativo niente promozione.
In Italia i concorsi (tutti) vengono gestiti da commissioni con un membro locale e tutti gli altri esterni. Il giudizio della commissione è insindacabile e questo implica che il direttore o il dipartimento non risponderanno delle persone che assumono (“E’ stata la commissione…”) mentre la commissione non dovrà rispondere di nulla.
Il seguito alla prossima puntata.

Cervelli in fuga e cuori inamovibili

Si è partiti dai nomi, e dai fatti. La parentopoli all'Università di Messina. Una novità per nessuno, probabilmente, come non lo sono le dinamiche di raccomandazione, le pressioni sui concorsi, e così via. Eppure, dalla pubblicazione su Centonove all'eco sui giornali e le tv nazionali, in città se ne parla come non era mai successo prima. Ora si vorrebbe ragionare, però, non sui nomi, ma sulla quantità. Il rischio demonizzazione del caso singolo va scongiurato, sebbene l'esempio debba lanciare la riflessione. C'è un altro dato da considerare: 8 persone al giorno vanno via da Messina. Il contraltare delle famiglie messinesi unite finché morte non li separi all'Università, è composto da famiglie lacerate dalla separazione, dall'emigrazione. In questi giorni abbiamo creato degli spazi di discussione: Facebook, il presente blog. Si vogliono sentire le storie, le speranze infrante e quelle che resistono, i soprusi subiti, le inneficienze. Si vuol parlare dell'Università, e del vero problema che convolge tutti: l'assenza del merito. Infine, anche di quell'economia 'strozzata' che costringe troppi ad emigrare.

Così scrive Gabriella: «
E' proprio vero. Anche io quando andai via da Messina (ormai 16 anni fa.... fa un po' paura a fare i conti) dicevo faccio qualche esperienza interessante, mi costruisco un C.V. che mi consenta di poter avere qualche chance in più e poi torno.
Ma quando mai riesci a tornare se, dopo che ti sei dato tanto da fare, le tue alternative a casa rimangono ridicole e frattanto, magari hai anche costruito qualcosa di "intrasportabile".
La verità è che se vai fuori o torni subito perchè la vita del "fuori sede" non fà per te, oppure è veramente difficile tornare a casa.
A chiunque mi chieda se tornerei in Sicilia rispondo sempre : di gran corsa. Ma poi aggiungo: se avessi qualche buona opportunità. E ho la triste consapevolezza che di opportunità ce ne sono poche, e che fuori non si sta poi mica male».

Ma anche Sergio ha provato a restare, e poi anche a tornare: «
Ho provato, certo dopo 5 anni a Londra lavorando a certi livelli ritornare nella nostra realtà è stato per me difficile, e rimanere impossibile. Quindi son tornato a Londra, anche perchè son convinto che da noi non si vuol cambiare, alla gente piace cosi. Mi ricordo che quando il Messina calcio non poteva iscriversi al campionato hanno bloccato le Caronti! Invece per problemi che noi tutti conosciamo non si fa un bel niente. Anche se ormai ho casa qui la speranza/voglia di tornare è, purtroppo, sempre dentro di me...».

Se il cervello è in fuga il cuore, invece, è irremovibile, come quello di Mauro: «il problema mio invece è che il cervello lo inseguo sin dalla nascita....e adesso, in mezzo ai bagagli dell'ennesimo trasloco, mi rendo conto che ho sempre avuto il cuore a messina, i piedi a roma e il cervello....avete visto un cervello? A volte mi sembra di non essere mai partito e sapete quando? quando vedo il mare...il nostro...sto scrivendo una cosa...una cosetta su Messina...anche se, già, tutto quello che dico o faccio sa di Messina, è questa la cosa diabolica: da fuori le attribuisci mille valori, come quando sopravvaluti una madre o un padre e poi resti deluso quando la senti parlare. E alla fine, proprio come quando crescendo realizzi che tuo padre ha fatto degli errori, perchè in fondo è solo un uomo, cominci a pensare che non avresti mai provato tanto amore per una città se non fosse stata cosi sbagliata. Molti mi dicono: "Manchi da 10 anni da Messina e ancora hai lo stesso accento!". Io so che non è facile tornare e che non conviene farlo: alla fine ho scelto almeno provvisoriamente un lavoro che potrei fare anche giù. Ma c'è altro. forse ho paura di annoiarmi, forse ho paura di sentirmi stretto, o forse temo di non trovare accordi con la mia vera natura...».

Perché nonostante tutto, il sogno è tornare, come racconta Elisabetta: «Dico sempre vado, divento una bomba e torno per dare il mio contributo alla Sicilia, ma poi quando penso di tornare a casa, dopo essere stata abituata a lavorare a certi livelli... Pensi che stai si dando il tuo contributo alla tua terra, ma che alla fine tutti se ne sbattono di quello che stai facendo, che da sola non puoi cambiare il pensiero della gente...
Mi è bastato aver ascoltato le parole di Barbareschi ieri sera da Santoro (che vergogna, e non ne faccio una questione politica o di ideologia! Ma solo di mentalità nordista....di cui ne ho piene le p....vivendo a Milano!)
Cmq io sarei pronta a fare un gran casino. In prima linea se ce ne fosse bisogno e...la mia speranza di tornare a casa non muore!».

Sono solo alcune storie. Che sempre a Messina, in linea con la Storia di questa terra, forse, sono rimaste singole storie, voci. Ma proviamo a farne un coro, per liberare le nostre fustrazioni e nella catarsi trovare l'energia per provare, per cambiare, per tornare. Perché sono troppi i casi di incesti accademici, perché sono troppi a infoltire il contraltare: otto al giorno.

venerdì 21 novembre 2008

C'e' solo spazzatura ?

Ieri ad "Anno Zero" il professor Perotti ha affermato che all'universita' di Messina la ricerca sarebbe scadente. Queste affermazioni generiche mi irritano: a Messina, come alla Bocconi, si fa ricerca eccellente come pure ricerca scadente. Il punto e' che, piuttosto che decidere di universita' buone e cattive, si dovrebbe discutere di buoni e cattivi docenti, di buoni e cattivi ricercatori. Fare di tutte le erbe un fascio serve soltanto a chi vuole distruggere tutta l'universita'.
Non so quanti siano a Messina coloro che come me non hanno alcun parente, neppure un bidello. Quanti, come me hanno avuto il privilegio di insegnare in universita' straniere prestigiose e la fortuna di ritornare ad insegnare nella propria citta'. Quanti come me hanno dovuto subire, nel corso degli anni e della carriera, l'arroganza di chi da una parte diceva "Che schifo, Messina" e di chi dall'altra, a Messina, promuoveva i figli, i figliocci o quant'altro. A Messina conto poco, soltanto associato a 50 anni. Carriera in Italia non ne ho fatta prima, c'era sempre qualcuno prima di me nella lista di chi conta, non ne faro' adesso perche' (ed era ora) "largo ai giovani". Pero', caro Perotti, controlli su quali riviste scrivo io, o tanti altri colleghi in gamba, controlli di quali riviste sono referee e poi confronti pure queste "performances" con quelle dei suoi colleghi bocconiani.
Ezio Bruno

Escludere dai concorsi i figli dei docenti universitari?

Su Centonove del 21 novembre 2008, ho provato a fare una proposta politica per risolvere la crisi in cui versa l'ateneo di Messina. Riporto di sotto il pezzo pubblicato.

Negli Stati Uniti si è sempre ripetuto che il figlio di un immigrato, se bravo e preparato, potesse diventare presidente. Forse non del tutto a torto, ho sempre creduto tale mito una favoletta inventata per tenere sottomesse le fasce più deboli della popolazione. Mi rallegro quindi di essere stato clamorosamente smentito dall’elezione di Obama. La leggenda di Obama manterrà viva, chissà ancora per quanti anni, l’impressione o l’illusione che il sistema americano sia un aperto e vitale. Dalle nostre parti, invece, e purtroppo non vi sono dubbi, il figlio di un immigrato nero non troverebbe neppure un posto di bidello. La società italiana è un sistema stratificato in caste chiuse che blocca qualunque dinamica sociale. Il figlio di un operaio sarà operaio ed il figlio del manager manager, come presso gli antichi egizi. Le capacità personali non c’entrano niente, conta soltanto la rete di relazioni sociali nella quale si è inseriti per privilegio di nascita. Le caste favoriscono la permanenza nella stanza dei bottoni di una classe dirigente che invecchia incollata al potere e si rinnova soltanto quando costretta da ‘Sorella Morte’. E anche in tale caso, si limita a cooptare i figli dei potenti.
L’università, non meno del parlamento o degli enti locali o persino del giornalismo e dello spettacolo, è una casta chiusa. Non mi sorprende quindi la Parentopoli di cui leggiamo sui giornali e sentiamo da Crozza. Tali fatti dovrebbero suscitare indignazione e vergogna. Ha torto, infatti, chi sostiene che i figli dei docenti universitari “sono spesso più bravi”: molto spesso - ma come ogni regola anche questa ha le sue eccezioni - sono i più viziati e, quindi, i peggiori. La cosa più grave è che, in tempi in cui le risorse scarseggiano, i padri occupino tutto per i propri figli senza lasciare alcuno spazio ai migliori e ai meritevoli. Gli ‘errori’ del meccanismo di selezione, in tempi di continua espansione dell’organico, erano ancora possibili e talvolta permettevano l’ingresso di chi non avesse ‘santi in paradiso’. Certamente, il prezzo da pagare in termini di lavoro e di impegno era per gli outsider almeno quattro volte quanto potesse bastare per un figlio di papà, e, tuttavia, un minimo di rinnovamento era ancora possibile. Per quanto asfittica, l’accademia italiana riusciva ancora ad essere un incubatore di eccellenze. Oggi nulla è più lasciato al caso e gli outsider di un tempo, o sono stati fagocitati dal meccanismo e cercano di piazzare i propri figli o vengono tenuti in disparte perché “corpo estraneo”. I giovani ‘bravi e meritevoli’ vadano all’estero, qui non c’è posto. Parentopoli soffoca persino la speranza di un futuro. Così oggi si fa strada l’idea che il sistema universitario sia un lusso troppo costoso per ‘il Paese’, ovvero per quell’accozzaglia di politici e banchieri che del Paese costituisce la casta più esclusiva. L’esito previsto è la chiusura dell’università pubblica: la formazione superiore verrà gestita da ricchi privati che potranno promuovere i propri figli senza rischiare l’inserimento di outsider. Certamente, in questa nuova società sarà difficile trovare medici capaci o ingegneri in grado di progettare case che stiano in piedi, ma, in fondo, qualche morto e qualche crollo faranno risparmiare un mucchio di soldi oggi sprecati con le pensioni. E i rampolli della supercasta potranno comunque curarsi all’estero e chiamare, per le proprie ville, i migliori architetti del mondo.
Ci sono possibili uscite da questo scenario? La storia suggerisce due possibili strade. La via del 1789, quella con cui i francesi hanno decapitato – ahimé letteralmente – la propria supercasta. L’altra via è quella, molto difficile, in cui un’aristocrazia, di propria iniziativa, rinuncia ai privilegi. Sarei felice se nel prossimo bando potessi leggere ‘al presente concorso non possono partecipare parenti e affini entro il quarto grado dei docenti dipendenti di questa università'.

Ezio Bruno