venerdì 28 novembre 2008

Ricevo da Beniamino Ginatempo, professore di Fisica dell'Universita' di Messina, questa lettera aperta agli studenti che volentieri pubblico.

Lettera aperta agli studenti dell’Università di Messina

Care studentesse e cari studenti,

recentemente la nostra università è stata bersaglio di violentissimi attacchi mediatici, che hanno messo alla pubblica gogna alcune storture (forse poche o forse molte) presenti nell’università e che vanno sicuramente emendate. L’effetto per l’immagine nostra di docenti e vostra di discenti è stato assolutamente devastante e bisogna analizzare le cause che hanno portato a questo punto, i rimedi da apportare, le eventuali responsabilità e i rischi che si corrono se non si fa presto. Da universitari, eredi di Francesco Maurolico (Inter verum falsum periclitantes), dobbiamo portare avanti questa analisi con lucidità, onestà intellettuale e libertà di pensiero; dobbiamo confrontare le eventuali opinioni discordanti e trovare una sintesi costruttiva, per il bene comune. Provo a suddividere la mia analisi in più capitoli.

Parentopoli. Si è soprattutto puntato l’indice sulla cosiddetta parentopoli messinese. Senza ipocrisie, bisogna semplicemente dire che è tutto vero. Parentopoli c’è ed è indice di un malcostume odioso, perché evidenzia la mancanza di pari opportunità al’interno dell’università.
Sempre senza ipocrisie, però, bisogna dire che parentopoli non c’è soltanto all’università, ma è una malattia diffusa della nostra società, che è iniqua ed immobile, specie a Messina. Quanti figli di manovale oggi possono diventare notaio, avvocato, ingegnere, ecc.? Quanti figli di professionisti lavorano negli studi o nelle imprese dei genitori senza averne né il talento né la voglia?
Tuttavia per l’università c’è un’aggravante. Il sistema della formazione pubblica dovrebbe servire a ridurre le differenze sociali e realizzare i dettami dell’Art. 3 della Costituzione, che ci dichiara uguali. Parentopoli invece dimostra che l’università consolida le barriere sociali invece di abbatterle, lasciando così innumerevoli talenti inespressi ed inesprimibili.
Parentopoli danneggia tutti, dunque. Ma danneggia soprattutto voi, perché si dirà che per laurearsi a Messina basta avere amici influenti, basta far parte della Messina-bene per avere brillanti carriere accademiche e non. Questa università - noi tutti cioè – ha bisogno di uno scatto d’orgoglio ed abolire tutti i favoritismi ed i privilegi interni. Questo è l’obbiettivo che devono subito darsi i docenti e le istituzioni universitarie.

Perché l’università di Messina? Non è difficile rifare gli stessi conteggi di parentele in altre università. Non sarò molto lontano dal vero dicendo che analoghi risultati valgono per tutti gli atenei italiani. Ciò non suoni come giustificazione delle nostre pecche: pensiamo a curare le nostre malattie, invece che a cercare i difetti degli altri. Ma la domanda del titolo pretende una risposta.
Da decenni, ormai, tutti i governi, di qualunque orientamento politico, per tenere sotto controllo i conti pubblici, hanno scelto tagliare i finanziamenti del sistema formazione-ricerca. Ciò è in palese contraddizione con l’affermazione bipartisan che l’arma migliore per competere nel mercato globale è proprio la conoscenza. Questa progressiva riduzione dei fondi ha acceso fra le università una sorta di guerra tra poveri, per dividersi una coperta sempre più piccola. Ma non tutte le università hanno lo stesso peso specifico nel panorama nazionale. Le università più grosse e accademicamente più forti pretendono e ricevono più attenzione dai governi e dai media, a spese delle università medio-piccole. Da qui nasce, per esempio, la proposta dell’abolizione del valore legale del titolo di studio, il che ufficializzerebbe che una laurea a Messina sarebbe diversa (di valore inferiore?) di una laurea a Milano. In questo scenario, si comprende come anche le principali testate giornalistiche abbiano cominciato a fare classifiche, a cercare magagne e scoops. La nostra università è apparsa subito come il bersaglio più facile e comodo, l’antilope azzoppata attaccata dalle iene.
Purtroppo noi siamo nell’occhio del ciclone da troppo tempo: le vicende giudiziarie del rettore e della sua consorte, le minacce mafiose a docenti, il curioso risultato dei test d’ingresso a Medicina dello scorso anno, le sospette infiltrazioni della criminalità, il delitto Bottari mai compreso e forse dimenticato, ecc.. Certo, senza il rinvio a giudizio del rettore - guarda caso per una vicenda da parentopoli ma dalla quale, per il bene dell’università, tutti speriamo che ne esca indenne - la scelta del bersaglio sarebbe potuta pure cadere su altre università. Bisogna ammettere, senza ipocrisie benché col senno del poi, che un passo indietro del rettore avrebbe reso un po’ più difendibile la posizione dell’università di Messina, che resta comunque difficile. Oggi, però, questa circostanza manterrà accesi i riflettori su di noi per parecchi mesi ancora. Non solo, impedirà all’ateneo alcune mosse. Per esempio, non si potrà costituire parte civile nei procedimenti giudiziari in questione, qualora ce ne fosse bisogno o utilità, per rifarsi di eventuali danni patrimoniali o di immagine subiti. C’è dunque la necessità di rompere l’assedio ed è, a mio parere, altamente desiderabile una discontinuità forte anche su questo versante.

I baroni. Non è una diceria che le università italiane (tutte non solo Messina) sono in mano a lobbies accademiche che si scambiano favori e stratificano privilegi. Questa casta invecchia ma si perpetua con il meccanismo della cooptazione di chi si asserve, con o senza meriti scientifici. Chi detiene il potere fa il possibile per mantenerlo e non vi rinuncia facilmente né spontaneamente. Il potere accademico consiste nel controllo delle carriere e dei finanziamenti per la ricerca. In buona sostanza, i baroni tengono i cordoni della borsa. Questa si apre preferenzialmente per gli amici e non per gli avversari, per i figli e non per gli estranei. Salvo che non sia davvero colma, perché in tal caso qualche spicciolo arriva a tutti, anche a chi non è protetto. Ora una politica di tagli indiscriminati - che non può essere definita riforma, perché questa al contrario richiede nuove risorse! - svuota la borsa e penalizza soprattutto chi non ha voce in capitolo, poiché chi è organico al potere accademico la sua parte piccola o grande la riceve comunque. Gli altri restano all’asciutto, se non si asservono. Questa è la principale piaga dell’università italiana, a mio avviso, e la si cura non scegliendo a sorteggio chi controlla la borsa ma togliendo il controllo della borsa alla casta.

Il merito. La vicenda parentopoli ha evidenziato che accanto ai figli di universitari che vincono i concorsi, vincono pure figli di magistrati e professionisti, e che il sistema delle “raccomandazioni alla messinese” è particolarmente capillare. Questo sistema produce una classe dirigente di qualità via via peggiore, ma potrebbe avere, e forse sta avendo già, sulle vostre lauree l’effetto devastante di cui ho già detto: nell’immaginario collettivo la vostra laurea non vale quanto quella dei vostri colleghi milanesi. Pertanto, in questa campagna di delegittimazione, non paghiamo solo noi docenti, bravi o scarsi, zelanti o fannulloni, ma soprattutto voi, perché nel tritacarne mediatico è finito anche il vostro lavoro. Anche qui ci vuole una netta discontinuità, ma per questo ci vuole il vostro contributo, non bastano i docenti.
Voi dovreste pretendere rigorosissimi criteri di merito nei vostri esami. Ma molti di voi, se possono, si adagiano nel sistema delle raccomandazioni, dei favoritismi, delle amicizie. Ma c’è qualcosa in più. Quando avete superato l’esame di stato, una commissione ha certificato che voi siete in grado di prendere un libro di testo, comprenderlo e raccontarne il contenuto in buon italiano. Spesso affrontate gli esami universitari esattamente con questo stesso approccio. Ma lo studio universitario deve andare molto oltre, se l’università vuole essere il motore culturale del Paese e non un esamificio, un dispenser automatico di inutili ed insignificanti pergamene. Agli esami, voi dovreste dimostrare che siete in grado di usare ciò che avete imparato (dai libri, dalle lezioni, dalle esercitazioni, dai laboratori, dal tutoraggio e da tutte quelle opportunità didattiche che vi vengono offerte) per fare. Per raggiungere questo fine, ci vuole una università che funzioni e, soprattutto, il vostro impegno, la vostra creatività. Per contro, è molto più comodo limitarsi a totalizzare crediti, magari con la sola presenza fisica a conferenze, recite, concerti, ecc., invece che con il sudore della fronte. E quando non superate un esame, pensate di essere stati sfortunati perché vi sono capitate domande troppo difficili, o perché il docente – quel mascalzone, raccomandato, figlio di baroni - ce l’ha con voi.
Purtroppo questa società vi offre dei modelli comportamentali devianti. Penso a quei programmi televisivi “spazzatura” come il Grande Fratello o L’isola dei Famosi, o quei programmi a quiz dove si vince un milione non perché si sa o si sa fare qualcosa, ma perché si indovina una risposta su 4 o addirittura se si indovina il pacco giusto. Lì la fortuna è ritenuta un valore ben più importante che non la cultura, lo studio, il lavoro. Ecco che così nascono i miti della velina o del calciatore, del calendario erotico, dei tronisti: diventare famosi per quello che si appare, non per quello che si conosce o si sa fare, perché si è belli anche se vuoti. Oggi la cultura egemone è diventata la cultura dell’apparire e non dell’essere. E allora vi chiedo: come può questa società premiare il merito e non l’immagine? Ciò che sapete fare e non ciò che sembrate? Tutto questo va cambiato ed è compito soprattutto vostro.

Conclusione. Si può uscire da questo buio labirinto in cui siamo finiti. Ciascuno deve fare la sua parte, però.
1. Noi docenti dobbiamo rinunciare ai nostri privilegi; ispirare il nostro lavoro alla deontologia assoluta; orientarci verso il raggiungimento dei più alti fini istituzionali, come l’abolizione delle disuguaglianze sociali. Lo faremo?
2. Le istituzioni universitarie devono operare per rimuovere le sacche di inefficienza e di spreco; devono far ritornare l’università, nell’interesse dei nostri datori di lavoro - che siete voi studenti - l’alto opificio di cultura che è stata in passato; devono serenamente valutare se un ricambio di uomini, organismi e dirigenti possa essere il primo necessario passo per ricostruire dalle attuali macerie. Lo faranno?
3. I governi devono comprendere che il futuro del Paese sta nel nostro lavoro odierno e devono immediatamente abbandonare le attuali politiche di tagli “a pioggia” che rafforzano il potere baronale anziché ridurlo. Lo faranno?
4. Più importante di tutto: voi dovete accostarvi alla vostra università con un altro spirito. L’università è vostra e dovete difenderla e migliorarla anche voi. Ma è un enorme mammuth che si sta estinguendo, perché non sa rinnovarsi, non sa curare da solo le sue malattie. Siete voi che dovete denunciarne le storture e fornire dal basso le fresche energie che servono al rinnovamento. Perché nulla cambia da solo, nessuno rinuncia spontaneamente ai propri privilegi, ci vuole chi pretenda il cambiamento e faccia valere i propri diritti. Lo farete?
È dunque il momento delle scelte e tutti, noi e voi, come diceva Francesco Maurolico, siamo in bilico fra il vero ed il falso. Bisogna semplicemente avere il coraggio di scegliere da quale parte stare. Adesso.

Un caro saluto
Beniamino Ginatempo
Professore ordinario di Fisica
Facoltà di Ingegneria
Università di Messina

1 commento:

Anonimo ha detto...

Questa è una lettera degna di nota, di merito e di forte impatto.
Il prof. Ginatempo è una persona che tiene molto al suo lavoro e alla sua università. Non ha scritto tanto per, ma lui queste cose le crede veramente, ed è un onore per l' Università di Messina avere professori così. Fossero tutti come lui, sicuramente l' università sarebbe più "difficile", ma anche più ONESTA e noi usciremmo da la dentro veramente PREPARATI e sicuri di SCHIACCIARE, soltanto con la nostra preparazione, tutti gli altri atenei "forti" in italia, a partire dai politecnici.