Su Centonove del 21 novembre 2008, ho provato a fare una proposta politica per risolvere la crisi in cui versa l'ateneo di Messina. Riporto di sotto il pezzo pubblicato.
Negli Stati Uniti si è sempre ripetuto che il figlio di un immigrato, se bravo e preparato, potesse diventare presidente. Forse non del tutto a torto, ho sempre creduto tale mito una favoletta inventata per tenere sottomesse le fasce più deboli della popolazione. Mi rallegro quindi di essere stato clamorosamente smentito dall’elezione di Obama. La leggenda di Obama manterrà viva, chissà ancora per quanti anni, l’impressione o l’illusione che il sistema americano sia un aperto e vitale. Dalle nostre parti, invece, e purtroppo non vi sono dubbi, il figlio di un immigrato nero non troverebbe neppure un posto di bidello. La società italiana è un sistema stratificato in caste chiuse che blocca qualunque dinamica sociale. Il figlio di un operaio sarà operaio ed il figlio del manager manager, come presso gli antichi egizi. Le capacità personali non c’entrano niente, conta soltanto la rete di relazioni sociali nella quale si è inseriti per privilegio di nascita. Le caste favoriscono la permanenza nella stanza dei bottoni di una classe dirigente che invecchia incollata al potere e si rinnova soltanto quando costretta da ‘Sorella Morte’. E anche in tale caso, si limita a cooptare i figli dei potenti.
L’università, non meno del parlamento o degli enti locali o persino del giornalismo e dello spettacolo, è una casta chiusa. Non mi sorprende quindi la Parentopoli di cui leggiamo sui giornali e sentiamo da Crozza. Tali fatti dovrebbero suscitare indignazione e vergogna. Ha torto, infatti, chi sostiene che i figli dei docenti universitari “sono spesso più bravi”: molto spesso - ma come ogni regola anche questa ha le sue eccezioni - sono i più viziati e, quindi, i peggiori. La cosa più grave è che, in tempi in cui le risorse scarseggiano, i padri occupino tutto per i propri figli senza lasciare alcuno spazio ai migliori e ai meritevoli. Gli ‘errori’ del meccanismo di selezione, in tempi di continua espansione dell’organico, erano ancora possibili e talvolta permettevano l’ingresso di chi non avesse ‘santi in paradiso’. Certamente, il prezzo da pagare in termini di lavoro e di impegno era per gli outsider almeno quattro volte quanto potesse bastare per un figlio di papà, e, tuttavia, un minimo di rinnovamento era ancora possibile. Per quanto asfittica, l’accademia italiana riusciva ancora ad essere un incubatore di eccellenze. Oggi nulla è più lasciato al caso e gli outsider di un tempo, o sono stati fagocitati dal meccanismo e cercano di piazzare i propri figli o vengono tenuti in disparte perché “corpo estraneo”. I giovani ‘bravi e meritevoli’ vadano all’estero, qui non c’è posto. Parentopoli soffoca persino la speranza di un futuro. Così oggi si fa strada l’idea che il sistema universitario sia un lusso troppo costoso per ‘il Paese’, ovvero per quell’accozzaglia di politici e banchieri che del Paese costituisce la casta più esclusiva. L’esito previsto è la chiusura dell’università pubblica: la formazione superiore verrà gestita da ricchi privati che potranno promuovere i propri figli senza rischiare l’inserimento di outsider. Certamente, in questa nuova società sarà difficile trovare medici capaci o ingegneri in grado di progettare case che stiano in piedi, ma, in fondo, qualche morto e qualche crollo faranno risparmiare un mucchio di soldi oggi sprecati con le pensioni. E i rampolli della supercasta potranno comunque curarsi all’estero e chiamare, per le proprie ville, i migliori architetti del mondo.
Ci sono possibili uscite da questo scenario? La storia suggerisce due possibili strade. La via del 1789, quella con cui i francesi hanno decapitato – ahimé letteralmente – la propria supercasta. L’altra via è quella, molto difficile, in cui un’aristocrazia, di propria iniziativa, rinuncia ai privilegi. Sarei felice se nel prossimo bando potessi leggere ‘al presente concorso non possono partecipare parenti e affini entro il quarto grado dei docenti dipendenti di questa università'.
Ezio Bruno
venerdì 21 novembre 2008
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3 commenti:
Sebbene accattivante l'ipotesi di escludere i parenti fino al quarto grado non sarebbe risolutiva. Inizierebbe lo cambio trasversale: figlio di un amico al posto di mio figlio, mio figlio al posto di un amico. Questo rinsalderebbe molto le amicizie massoniche messiniche.
Tutto gira attorno alla regolarità delle prove e degli esami. Occorrono persone estranee ed oneste a ricoprire l'incarico di selezionatore. Oneste e persino coraggiose. Due cose che in Italia non hanno mai pagato, se non in termini di piombo.
Di sicuro una strada corretta potrebbe essere quella dell'impossibilità d'accesso ai concorsi dei parenti di docenti e dipendenti dell'università che bandisce il concorso stesso. Ma credo poco nell'esclusivo marciume dell'ateneo peloritano rispetto all'onestà degli altri atenei. Le porcherie ci sono dovunque.
Così come per la scelta dei selezionatori estranei e onesti: chi ci dà la sicurezza che li siano? Su Centonove leggo che i test scritti per l'ingresso a medicina erano affidati a una ditta del nord che guarda caso aveva non pochi intrallazzi con i docenti del nostro ateneo.
Probabilmente i criteri di accesso a dottorati e ricerca dovrebbero essere cambiati radicalmente. Basta pubblicazioni... Siamo così disonesti da non sapere come sono fatte queste pubblicazioni? E anche in questo caso pubblica davvero chi ha la competenza o c'è una scelta a monte da parte del docente su chi può e chi non può pubblicare? Non prendiamoci in giro.
Invece siccome son convinta che realmente lo scandalo non è sulla qualità ma sulla quantità, potrebbe esser sufficiente (come si fa all'estero) periodicamente sottoporre a esami seri, con commissioni i cui componenti vengano estratti in tutt'Italia come i numeri al Lotto, i vincitori dei concorsi. Sei bravo e sei figlio di papà: hai diritto a continuare. Sei un ignorante? Lascia il posto a qualcun altro.
Leggo sempre su Centonove la protesta del docente X che si sente offeso e che sottolinea la bravura e la competenza del ricercatore G. Quel che non dice il docente offeso è che G. è solo uno di 5 fratelli tutti all'università! Complimenti ai geni della famiglia G., proporrei al capostipite la donazione spermatica onde migliorare la razza messinese visto che su 5 figli nessuno è risultato inidoneo alla docenza e alla ricerca universitaria.
Voglio dire che un padre ha ben diritto di desiderare che il proprio figlio segua le sue orme se è in grado. Ma desiderio non significa furto dei posti di lavoro a persone che invece non hanno il nome, ma solo la loro formazione a far da garante.
E soprattutto, per favore, smettiamola con l'invocare le "differenze" se si parla di un amico, del figlio di un amico, dell'amico dell'amico... Non ci sono differenze nella disonestà. Se uno è bravo, veramente bravo, e di cognome si chiama Dio, può competere tranquillamente senza concorsi truccati. Non è una giustificazione dire "sì è vero è fra i raccomandati, ma è bravo..." perché non sapremo mai quanti signor Nessuno sono rimasti fuori e sono veramente bravi, ma molto più bravi di loro.
In fondo si chiede di dare opportunità alla pari a chi porta il cognome pesante sulle spalle e al figlio del signor Nessuno.
Forse potrebbero cambiare le cose solo qualora, da onesti intellettuali, fossimo pronti a condannare le "porcherie" senza distinzioni e mezzi termini. Non si tratta di criminalizzare "i figli di", ma solo di accettare onestamente l'idea che non hanno ottenuto quel posto "soltanto" per bravura.
Maria Arruzza
Sui concorsi ho messo un post. Leggilo. Per le pubblicazioni, non sono d'accordo. Ma lo spieghero' meglio con un post.
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