martedì 9 dicembre 2008

Voglio un rettore senza parenti

Riproduco di sotto un mio commento pubblicato su Centonove del 5 dicembre 2008 con il titolo "Voglio un rettore senza parenti":

Una società bloccata, caste chiuse, politici e banchieri sempre più arroganti, gente che non ce la fa ad arrivare a fine mese, industrie che chiudono. Questo l’apocalittico panorama del Belpaese oggi. Ma c’é una speranza? La settimana scorsa suggerivo da queste colonne alla ‘classe dirigente’ dell’università di mettersi in discussione onde evitare un altrimenti ineludibile processo sulle piazze. Facciamo pulizia, molto é lo sporco da rimuovere, ma c’é pure qualcosa da salvare. Puntiamo sulle cose positive, sulle competenze ci sono nonostante, per la testardaggine di chi ha voluto costruire saperi, cultura. Per quanto mi riguarda, ho dedicato una vita alla fisica, alla ricerca, all’insegnamento. A Messina sono uno dei pochi a non avere, e a non aver mai avuto, parenti nella stessa università. La mia è la storia di chi, come troppi altri, ha dovuto cercare ‘maestri’ e competenze all’estero: ho lavorato per lunghi anni all’università di Bristol, in Inghilterra. Ho poi avuto, come troppo pochi altri, la fortuna, ed al tempo stesso la sfortuna, di tornare sulle rive del mio Stretto. Non perché io sia bravo, sebbene, in tutta onestà credo di avere meritato quel posto, ma soltanto perché quando i baroni litigano può anche capitare che vinca chi non fa parte del club. Forse soltanto per dispetto. Per la mia storia, o per l’assenza di relazioni sociali importanti - né logge, né club service, ne partiti politici - nel mio luogo di lavoro sono sempre stato percepito come uno straniero, un alieno. Non sei cliente e non vuoi clienti, non chiedi più di quanto non ti spetti, non sei ricattabile: perché dovremmo fidarci di te? Proprio per questo, oggi, sento di avere non soltanto il diritto ma anche il dovere di parlare. Non mi piace fare nomi, ma nella mia università (non lì soltanto) si è esagerato. Basta. Stop. Fine. Voltiamo pagina. Non aspettiamo inerti l’esito dei processi che oggi si celebrano nelle aule dei tribunali, sulla stampa, nei talk show. Basta. Cerchiamo facce nuove, pulite, e spalle forti per gestire la pulizia dell’ateneo piuttosto che gli appalti delle pulizie. Lo statuto dell’università mi impedisce di candidarmi a fare il rettore perché non sono ordinario. Ma voglio che venga fuori un candidato, come me, senza parenti. Per Tomasello mi spiace, ha fatto anche qualcosa di buono in questi anni. Mi sento di doverlo ringraziare pubblicamente perche si è profuso nella valutazione della ricerca – uno dei temi centrali della questione università - come nessuno aveva fatto prima. Adesso, tuttavia, è necessario un cambiamento forte, una discontinuità. Fosse soltanto per evitare che il processo si sposti nelle piazze, distruggendo il buono che si potrebbe salvare.

lunedì 1 dicembre 2008

Chi sono i fannulloni della ricerca?

Perchè chi deve difendere l'Istituzione, non lo fa? Quali inenarrabili ricatti (morali? economici? di posizionamento sociale? di lobbies?) stringono il cappio al collo di tanti, di troppi, "addetti ai lavori" fino al punto di farsi(ci) sommergere da tonnellate di spazzatura senza neanche abbozzare una - almeno simbolica - difesa?
L'articolo, la cui lettura consiglio a molti e che riporto virgolettato qui di seguito, non da opinioni, non fa previsioni nè esprime giudizi. Elenca numeri.
E basta. Ed é validato da Nature.
Nature conferma: i ricercatori italiani non sono fannulloni

di Pietro Greco
"Lo abbiamo già detto. Il mondo della ricerca in Italia ha molti malanni e qualche patologia grave. Ma non è un mondo di fannulloni. Qualche ulteriore dato statistico, raccolto in sede internazionale, ci aiuta a corroborare questa tesi. Tra il 1997 e il 2001 l'Italia schierava nel campo della ricerca poco meno di 70.000 ricercatori: il 3,1% del totale mondiale. Nel medesimo periodo questi ricercatori hanno pubblicato su riviste scientifiche internazionali con peer review oltre 147.000 articoli: il 4,1% del totale mondiale.
Tra l'1% degli articoli più citati al mondo ve ne figuravano ben 1.630firmati da italiani: pari al 4,31% del totale. Se dividiamo questi articoli per il numero di ricercatori italiani, troviamo che ogni 100 ricercatori nel nostro paese 2,28 producono un articolo ad altissimo impatto. Una percentuale che, certo, è inferiore a quella del Regno Unito (3,27 articoli ad alto impatto ogni 100 ricercatori) o del Canada (2,44). Ma nettamente superiore a quella di Stati Uniti (2,06), Francia (1,67), Germania (1,62), Giappone (0,41).
Questi dati pubblicati dalla rivista Nature dimostrano, quanto meno, che i ricercatori del nostro paese sono "dentro" il sistema scientifico internazionale e sanno competere alla pari coi colleghi di altri paesi.
In alcuni settori c'è una vera e propria eccellenza. Altri dati, pubblicati da Sciencewatch e accessibili a tutti in rete, ci dicono che negli anni successivi al 2001, per esempio tra il 2003 e il 2007, la percentuale di articoli firmati da italiani sul totale mondiale è aumentata: passando al 4,46%. E che la qualità di alcuni settori della ricerca è davvero eccellente. I fisici italiani, per esempio, pubblicano il 5,09% del totale mondiale degli articoli in fisica, e hanno un numero di citazione (indice di qualità) che è del 20% superiore alla media mondiale. Nella scienza agrarie la qualità è addirittura maggiore (gli articoli degli italiani ottengono un numero di citazione del 21% superiore alla media mondiale). Molto citati rispetto alla media mondiale sono anche i nostri articoli in medicina clinica (+ 17%), in psicologia e psichiatria (+16%), in scienze spaziali (+12%), in matematica (+9%). Siamo meno bravi nei settori dell'economia (24% di citazioni in meno rispetto alla media mondiale), in bilogia molecolare e genetica (- 16%), in microbiologia (- 14%), in botanica e zoologia (- 12%)."
E allora dignità esige che queste cose si dicano, che si dica che se esistono corsi di laurea con un solo studente, tali corsi sono stati promossi, provocati e coccolati da una normativa (estranea all'Università) che premiava - a suon di euro - il tanto stombazzato quanto inutile "ampliamento dell'offerta formativa". Ampliamenti che potrebbero essere immediatamente annullati e che, comunque, stante il non aumento del corpo docente, vanno avanti sulle gambe del volontariato e non costano una lira in più al sitema università. E senza un soldo in più per chi insegna in questo, piu in quello, piu in quell'altro corso.
L'OMS (HWO) ha certificato che il sistema sanitario di prima emergenza italiano (il 118, per capirci)è il primo al mondo. Un modello di riferimento per l'intero pianeta. Ai denigratori della nostra sciagurata Università, innamorati (esterofili?) del sistema inglese piuttosto che americano o tedesco chiedo: "I sanitari che fanno del 118 un'eccellenza globale, sono stati formati ad Harvard? Oppure a Cambridge? Magari all' Imperial College?"
No. Li abbiamo formati noi.
Tutti Noi che ci crediamo. Che lavoriamo ogni giorno con scienza e coscienza, con umiltà. Sorretti dal sogno (stupido per taluni) che il riscatto delle nostre genti passi anche dalle nostre parole e da i nostri atti da tutto ciò che riusciamo a trasmettere.. Che non ci arrendiamo alle mode del momento, convinti come siamo, che veniamo da lontano. Da molto lontano.
L'articolo su Nature, a mio avviso, è illuminante nel momento in cui si riflette sul fatto che certa Accademia ha tutte le carte in regola per ribattere colpo su colpo. Per battere "i pugni sul tavolo". E non lo fa. Anche coloro che potrebbero, tacciono. A costoro dico, parafrasando lo slogan dell'Onda, "io i vostri legami, ricatti, consorterie, posti di scambio, amanti, intrecci ed intrallazzi, non li pago!"
E solo questione di dignità e di schiena dritta.
Mauro Federico
Dipartimento di Fisica
Università di Messina